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paura di questa paura

Se non voglio vedere nessuno, neanche quelli del rifornimento, è perché ho paura di non essere ragionevole. Paura che mi venga la tentazione. Paura di questa paura di me stesso di cui ho già parlato. E ho fatto proprio bene a chiudermi a doppia mandata nella camera di guardia e a gettare la chiave dalla finestra quando sono arrivati, perché sin dall’alba Cordouan mi martellava le tempie. Mi aveva fatto uscire pazzo, pazzo al punto da sudare come non mai, da avere male dappertutto fin nelle ossa, da vedermi passare davanti agli occhi immagini di carogne, da sentire le sirene acutissime di un battello faro più pericoloso del faro stesso, da dovermi imbavagliare per non urlare, da sbattere la testa contro l’armadio prendendo la precauzione, in uno sprazzo di lucidità, di mettere una coperta fra la mia testa e il legno, da punire i miei avambracci a colpi netti e precisi di bisturi manico numero tre lama numero dieci, per poi finire accovacciato nel mio piscio mugolando come un grongo epilettico.

Vincent de Swarte, Il re di Atlantide
Traduzione di Giorgio Pinotti
Adelphi, 2000

la maledizione del calzino penico

Il 21 ottobre 1995 io e alcuni amici – belli e giovani come dèi, forti come puma – si va a vedere il concerto dei Red Hot Chili Peppers a Milano. Non ricordo come, ma abbiamo sgraffignato dei biglietti omaggio; c’è scritto sopra Tribuna stampa, ma noi disobbediamo e scendiamo in platea. Perché siamo rock. Comunque, è il tour di One Hot Minute, non c’è Frusciante che è disperso da qualche parte, al suo posto c’è Dave Navarro. La sbornia di Blood Sugar Sex Magik forse è un po’ scemata, ma c’è un pubblico bello tosto. A fare da spalla, un giovane dee jay, che parte un poco timido e ha la malaugurata idea di proporre musica che potremmo a spanne definire dance. Immaginatevi il pubblico rock come la prende, la cosa più carina che lo smilzo dee jay si sente dire è: Vattene pezzo di merda! E lui, mogio mogio, finisce il set e se ne va. Escono i RHCP, il palazzetto esplode (di concerti ne ho visti, ma in quanto a pogo selvaggio quello è stato uno dei più crudi), suonano per un’oretta, vanno dietro le quinte. Quando tornano indossano il tradizionale calzino sulle pudenda (potrei sbagliare, ma Flea forse non ha neanche quello ed è vestito solo del basso). Ora, il dee jay nel frattempo si sarà leccato le ferite, avrà forse maledetto questi stronzi italiani che lo hanno cacciato, tutto potrebbe finire lì. E invece no, perché contagiato dall’entusiasmo anche lui indossa il calzino penico, ed esce a saltare sul palco. Mal gliene incolse: di nuovo insulti, pernacchie, Vattene pezzo di merda.
Lì per lì, devo dire, mi fa molta pena.
Poi passa qualche anno e me lo ritrovo in testa più o meno a tutte le classifiche planetarie. Non escludo che ogni tanto ripensi agli stronzi italiani, e dica tra sé: chi è che fischia adesso, eh? EH? Il dee jay si chiama Richard Melville Hall, in arte: Moby.
La morale di questa storia? Non ne ho la più pallida idea.

il trafelato presente

Io… non capisco bene perché ti racconto tutto questo. Risale talmente indietro nel mio viaggio nel tempo. Le tappe di un viaggio non contano se il viaggio in sé è privo di meta e ha solo una fine. Sulle strade le donne ticchettano-scandiscono il passare del loro tempo… E tutto successo, ma ora sta succedendo questo. Come Vera che si è dileguata, anche il passato è morto e sepolto. Il futuro può prendere questa strada, o quell’altra. Le azioni del futuro non hanno mai avuto una quotazione cosí incerta. Non puntarci i tuoi soldi. Ascolta il mio consiglio e rimani attaccato al presente. E l’unica cosa vera, l’unica realtà, non c’è altro, solo il presente, il trafelato presente

Martin Amis, Money
trad. it. di Susanna Basso
Einaudi, 1999

da oggi in libreria

Da oggi è in libreria Cose da fare per farsi del male (Giulio Perrone Editore) una raccolta di 12 racconti scritti da me medesimo.
Quando un libro esce smette di essere del suo autore, diventa dei lettori, e… Ma a chi la racconto, è mio, MIO, e se lo maltrattate la mia vendetta sarà implacabile. 😬

Qui trovate una specie di diario di scrittura del libro, e questa di seguito è una playlist che fa da colonna sonora. Buona lettura, buon ascolto, buon tutto.

“cose da fare per farsi del male”: un diario di scrittura

Il prossimo 19 gennaio uscirà la mia nuova raccolta di racconti. Si intitola Cose da fare per farsi del male, è pubblicata da Giulio Perrone Editore, e quello che segue è una specie di diario di scrittura.

Nella primavera del 2019, circa un anno dopo l’uscita del Vizio di smettere, mi ritrovo con sei racconti nuovi e inediti, pronti da impacchettare e proporre a qualche editore. Nonostante le premesse (una raccolta di racconti? ahia; di un autore italiano ed esordiente? ahia ahia) Il vizio di smettere è andato piuttosto bene, e forse ubriaco di quel (micro)successo mi metto in testa che trovare un editore per la nuova raccolta non sarà troppo difficile. Che fessacchiotto. Ricevo in fretta i primi rifiuti, da parte di editori che mi piacciono molto. Incasso con falsissima signorilità e inizio a convincermi che abbiano ragione loro. I sei racconti sono tutti mediamente corti tranne uno, e mancano di coesione tra loro. Insomma, la raccolta così com’è non funziona.
Le possibilità a questo punto sono due: bruciare i racconti su una magnifica pira digrignando i denti, oppure rimettersi a scrivere. E siccome i racconti sono sul portatile e dargli fuoco sarebbe poco conveniente, non resta che la seconda.

Insomma arriva il 2020, ho continuato a scrivere, adesso ho otto racconti che nessuno vuole e inizio ad andare in confusione. Prima includo nella raccolta un racconto mooolto lungo che ho scritto nel frattempo – bella idea, bravo merlo; se già prima c’erano problemi di equilibrio, questo peggiora ulteriormente le cose. Di buono c’è che almeno me ne accorgo in fretta, e lo tolgo. Non pago, elaboro una maldestra cornice narrativa che riunisca i racconti, nella speranza che questo renda la raccolta più appetibile. Se sembra la mossa della disperazione, è perché lo è. Aggiungi un racconto, elimina un racconto, metti la cornice, togli la cornice. Sembro una versione sotto steroidi del maestro Miyagi, e infatti mi becco rifiuti da altro un paio di editori.
A tirarmi su il morale arriva una buona notizia: il mio primo – e a oggi unico – romanzo ha trovato casa (si intitola Consolazione, uscirà per Rizzoli all’inizio del 2022), e passo tutto il resto del 2020 a lavorare su quello.
Però quegli otto racconti raminghi, che tarlo, che tarlo.

Eliminata la goffa cornice narrativa con cui nel 2020 ho cercato di dare una posticcia uniformità alla raccolta, in un raro momento di lucidità torno a ragionare per racconti singoli – la dimensione in cui mi trovo più a mio agio. Tra l’estate e l’autunno del 2021 scrivo quattro racconti nuovi – uno di questi mi sembra una delle cose migliori che abbia mai scritto; quando troverò un editore per la raccolta (*se* lo troverai, *se*) decido che questo sarà il racconto di apertura. Oltre ad aggiungere questi quattro, mi chiedo se ci sia qualcosa da togliere. Per esempio, ce n’è uno che adesso mi sembra fuori posto. Non che non mi piaccia, anzi, ma non lega bene con gli altri e inizio a pensare che sarebbe meglio pubblicarlo da solo. Mica facile, però.

Nella primavera del 2022 sento parlare di una nuova casa editrice che si chiama Tetra e che fa proprio questo: pubblica racconti singoli, in piccoli volumetti quadrati. Propongo a Tetra il racconto-che-starebbe-bene-da-solo, e Tetra dice di sì (il titolo cambierà in L’odio migliore, uscirà nel 2023). La raccolta, intanto, è sempre lì, sempre immobile. C’è un aspetto positivo nell’averla montata e smontata così tante volte, ed è che ormai mi sono fatto un’idea abbastanza precisa della sua fisionomia. Di quello che le manca e di quello che è di troppo. Per esempio, c’è un altro racconto a cui per varie ragioni sono molto affezionato, ma che sembra un corpo estraneo in mezzo agli altri. A malincuore lo elimino dalla raccolta. Ma quando Andrea Temporelli mi chiede un testo per un’antologia a cui sta lavorando, glielo mando con grande piacere. Si intitola Gli altri, ed uscirà nel 2023 in Splendere ai margini (Oligo editore).
Arrivato a questo punto, non posso fare a meno di notare una cosa: tutto quello che esce dalla raccolta viene pubblicato da qualche parte. Ma non è che è la raccolta in sé ad avere addosso il malocchio? Sono una persona cocciutamente razionale per il 99% del tempo, ma nel restante 1%, come questa domanda dimostra, sarei disposto a credere più o meno a qualsiasi cosa.

Facendo due calcoli, dal 2019 al 2022 ho aggiunto alcuni racconti, ma soprattutto ne ho eliminati. La raccolta ne ha guadagnato in compattezza, ed è una scelta che paga. Alla fine del 2022 finalmente Cose da fare per farsi del male trova un editore: Giulio Perrone. Forse avrete sentito parlare del luogo comune secondo cui la firma di un contratto editoriale provoca una specie di ansiosa paralisi. Bene, per me è il contrario. Come mi è già successo con Il vizio di smettere, una volta che firmo vengo preso da una piacevole frenesia. Tra dicembre del 2022 e aprile del 2023 scrivo con grande piacere e altrettanta facilità quattro racconti nuovi. Forse il motivo per cui riesco a scriverli con questa scioltezza è proprio questo: adesso so esattamente quale sarà il loro ruolo, quale il loro rapporto con i racconti precedenti. Uno in particolare, dal tono apocalittico, sembra fatto apposta per chiudere la raccolta. Ed è li che finirà.
Resta solo un ritocco, un ultimo racconto che non mi convince del tutto. Devo lavorarci ancora, quindi lo elimino dalla raccolta. Restano dodici racconti, rigorosamente indipendenti, con sottotrame più o meno invisibili che li legano. Tutti più o meno nel recinto del realismo, ma in molti c’è almeno un accenno a qualcosa di ulteriore. La fisionomia definitiva di Cose da fare per farsi del male è questa, e adesso posso smettere di tafanarvi con questo sbilenco diario di scrittura.
Stappate pure.
Anzi no, abbiate pazienza, ora che ci penso manca ancora un ultimo tassello. In questa sfiancante girandola di aggiunte ed eliminazioni, solo una cosa è rimasta in sospeso: il racconto mooolto lungo (qualcuno direbbe: novella) a cui ho accennato in un retroscena precedente. Anche quello nel frattempo ha trovato un editore – e per me è un po’ come tornare a casa. Ma questa – come si suol dire – è un’altra storia, e ne riparleremo più avanti. Per ora, mi fermo qui.
Stappiamo.

cominciare male

«Mi vergogno terribilmente di come scrivevo agli inizi!» si lamentava con lui uno scrittore.
«Che dite!» esclamò Čechov. «Cominciare male è meraviglioso! Quando invece l’avvio è folgorante, allora sì che è finita!».

Ivan Bunin, A proposito di Čechov
traduzione di Claudia Zonghetti
Adelphi, 2015

la cercatrice d’oro di Goldfields

Si chiamava Goldfields, era una città fantasma: i saloon sprangati con le assi, cento abitanti. Le sorgenti d’acqua erano contaminate dall’arsenico, lo sono ancora. Questo l’abbiamo scoperto dopo. La matrigna di Jim aveva il cancro, forse per l’arsenico nell’acqua. Il padre di Jim stava vendendo la sua collezione di monete un po’ per volta per pagarle le cure mediche. Lei è peggiorata e lui l’ha messa su un aereo per l’ospedale oncologico, ma era troppo tardi. È morta.
Due settimane dopo, hanno mandato un messaggio a Jim riguardo al padre: c’è un’emergenza medica, vieni subito. Abbiamo guidato per trentasei ore di fila. Ma quando siamo arrivati era morto anche lui.
Non avevamo idea che esistesse una cosa che si chiama: tariffa scontata per lutto. Avevamo già attraversato cinque Stati in macchina quando qualcuno ce ne ha parlato. Jim ha detto: “Abbiamo già guidato tanto, tanto vale continuare”.
Dopo ventiquattro ore gli è venuto sonno e mi ha lasciata guidare. Ma lui non riesce a dormire in macchina, quindi dopo tre ore si è rimesso al volante. Alyce continuava a mandarci messaggi sul telefonino chiedendoci di tornare a casa. Le ho detto di fare i compiti e smettere di preoccuparsi. Non aveva idea di quanto fossimo lontani.
Dove siete?, continuava a dire. Pensava che fossimo in New Jersey. Dove? In Nevada?, continuava a chiedere.
Va’ a prendere una cartina, ho detto io.
Non sapevamo cosa avremmo trovato una volta arrivati lì.
Lisa, la sorella di Jim, quella che io chiamo la cercatrice d’oro, aveva guardato dappertutto in cerca di quel che restava delle monete, voleva più soldi perché si era occupata di lui. Ha detto che non aveva soldi per seppellirlo. Ha detto che dovevano usare i soldi delle tasse per cremarlo.
Quando siamo arrivati lì, continuavamo a trovare monete in giro per casa. Mucchi di monete. Lisa, la cercatrice d’oro, non le aveva trovate. Non aveva saputo dove cercare. Si è portata via tutte le armi, però, prima che arrivassimo noi.
L’altra sorella di Jim, l’esecutrice del testamento, ci ha detto (dal New Jersey) di raccogliere tutti i suoi documenti. Jim non ce la faceva, non era in grado. Entrava in camera del padre, si sedeva e rimaneva immobile. Non riusciva a fare altro. Alla fine l’ho fatto io. Lo conoscevo, ma non eravamo così intimi. Ho guardato tutti i documenti, li ho divisi, separati per anno.
Ho detto a Lisa: “Dovresti vedere uno psichiatra; dopo essergli stata così vicina, l’unica cosa che vuoi è la sua collezione di monete? Perché non l’hai presa prima che morisse?”.
Lei pensava di dover ricevere di più perché si era occupata di lui. Ma non era scritto così nel testamento.
Abbiamo guidato trentasei ore di fila anche al ritorno. Investire il cervo tornando a casa è stata l’ultima goccia per Jim. Si è messo a imprecare.
L’altra sorella, l’esecutrice, voleva che andassimo in New Jersey. Jim continuava a dire no, vogliamo tornarcene a casa. Lei insisteva perché ci andassimo. Alla fine lui ha detto che saremmo andati. È stato quando eravamo in Pennsylvania e abbiamo preso lo svincolo per il New Jersey che abbiamo investito il cervo. La macchina era a noleggio, quindi abbiamo dovuto aspettare la polizia per fare denuncia. Si era rotto un fanale. Costava mille dollari ripararlo. L’assicurazione non l’avrebbe pagato perché c’era una franchigia di mille dollari.
Jim voleva soltanto la fibbia di una cintura che glielo ricordasse. La fibbia d’argento di una cintura. Io ho detto alla sorella, la cercatrice d’oro: “Dovresti andare da uno psichiatra”.
Il padre di Jim teneva un distributore d’acqua fredda in casa. Mi sono sempre domandata perché lo tenesse. Adesso lo so.

Lydia Davis, La cercatrice d’oro di Goldfields
in Osservazione sulle faccende domestiche
Traduzione di Adelaide Cioni
Mondadori, 2022

pantano

Poco tempo dopo cominciai a correre un po’ meno su e giù per il teatro e ad ammalarmi di silenzio. Sprofondavo in me stesso come in un pantano. I colleghi mi inciampavano addosso, stavo diventando un ostacolo ambulante. L’unica cosa che facevo bene era lucidare i bottoni del frac. Una volta un collega mi disse: «Sbrigati, ippopotamo!» Quella parola cadde nel mio pantano, mi rimase appiccicata e cominciò ad affondare. Poi me ne dissero altre. E quando ormai mi avevano riempito la memoria di parole come pentole sporche, evitavano di urtarmi e mi giravano attorno per schivare il mio pantano.

Felisberto Hernández, La maschera
in Nessuno accendeva le lampade
Trad. it. di Francesca Lazzarato
La nuova frontiera, 2012

franco sgocciolìo

Aprì il pieghevole e lo fece scivolare sotto le chiappe in ossequio a una consolidata tecnica familiare. Per tirchieria che spacciava per praticità, zia Ernesta ricopriva le sedute predilette dal marito prostatico con pagine scelte del bollettino parrocchiale, anziché foderarle con traverse usa e getta o asciugamani, così da limitare i disastri del pover’uomo a cui una pallottola sul fronte albanese unita all’ammirazione per le classi alte – come diceva l’ufficiale: “Un gentiluomo non ha mai fretta” – impedivano di correre in bagno prima che un’innocente perdita raggiungesse la consistenza del franco sgocciolio. La sola idea di acquistare e indossare dispositivi assorbenti offendeva entrambi i coniugi. I parenti non volevano mai fermarsi dagli zii a prendere il caffè, offerto per pura convenzione. “Siam passati per un saluto veloce. Guarda, non ci sediamo neanche”.

Marta Cai
Tipo psicanalisi
Tetra, 2023