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verdastri, belli

Ormai era quasi notte e l’anziana Città di Mare digradava verso il porto con i suoi viali e i suoi lungomare con palmizi, i lampioni erano già accesi, stradali e moderni, accecanti, verdastri, belli.
La Città di Mare gli risiedeva dentro da molto tempo.
Si sa come riescono ad abitarci le città: si introducono in noi sin da bambini, quando nemmeno ci interessano, quando siamo distratti a leggere fumetti, a giocare tutto il giorno e, nel caso della Città di Mare, a sguazzare nell’acqua della battigia con secchiello e paletta per intere estati, lunghe quattro mesi.
Sandro amava quella città, le apparteneva, la riconosceva, la sapeva.

Francesco Pecoraro, Cormorani
in Camere e stanze
Ponte alle Grazie, 2021

con la bocca e coi denti

Non so se sia una cosa che capita solo a me, comunque: a furia di analizzarlo mi sono reso conto che l’amore per i figli – ma forse amore è impreciso, incompleto, forse meglio: gioioso e non del tutto razionale ottundimento, fino alla quasi completa obliterazione del sé – non sia una roba che comincia con la loro nascita e poi si può considerare assodata. No no no, per me non funziona mica così. Funziona piuttosto a strappi, a ondate, con un meccanismo per cui ciclicamente arriva un momento in cui ti dici Ok, ormai sono spacciato, dissolto nel qualsiasi-cosa-purché-tu-stia-bene-e-io-poi-bo-vediamo, più di così mi sa che è impossibile, ti dici. E poi passa un po’ di tempo, e se prima per i figli avresti dato le gambe adesso ma prego ecco anche le braccia, ci mancherebbe, gli arti in fondo sono sopravvalutati, mi arrangerò a far tutto con la bocca e coi denti. E non so mica quand’è che finisce questa roba qua, anche perché a un certo punto non so bene cosa ti resti da offrire in pegno. Quello, vediamo. Però ne vale la pena, di questo sono piuttosto sicuro.

qua fuori

Ieri notte sono tornato a casa tardi, e mi sono accorto di non avere le chiavi. Ho sfruttato un vicino che ha aperto il portone d’ingresso, ma né il campanello né il telefono sono stati sufficienti a svegliare la famiglia e farmi entrare in casa. Così ho preso lo zaino, ci ho fatto un cuscino, la giacca, ci ho fatto una coperta, ho scritto questo biglietto da infilare sotto la porta, ho sperato che non mi scappasse da pisciare troppo presto, e ho chiuso gli occhi.
Sembrerebbe solo una storia di quotidiana idiozia, la storia di uno che esce senza chiavi, bravo merlo, e gli tocca di dormire sullo zerbino. Se non fosse che prima di arrivare sulla soglia di casa, in treno, mi ero letto da capo a piedi una conturbante novella – si intitola Addio arrivederci ciao, l’ha scritta Francesco Spiedo e l’ha pubblicata Zona 42. E anche in quella novella si parlava di treni, e di case, e di chiavi di case, e se ne parlava con un tono onirico, anzi incubico – parola che se non esiste, modestamente, ho appena inventato. E così, mentre sentivo che la moquette del pianerottolo mi stava probabilmente salvando una spalla, non capivo più bene se ero sveglio, se stavo leggendo, se stavo sognando – e tutto questo senza bisogno delle imbeccate di Marzullo.
La morale di questa storia è semplice: ricordate le chiavi di casa; ma se proprio le dimenticate, almeno fate in modo di avere con voi qualcosa di bello da leggere. Non risolve, ma aiuta.

ciottoli e ortiche

Perciò, meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno, e ora stava per declinare, smise di passeggiare, guardandosi intorno con aria stupita.

Anna Maria Ortese, Interno familiare
da Il mare non bagna Napoli
Adelphi, 1994

particolari

Più scrivo e leggo, cercando di capirci qualcosa, più mi pare che la grande scrittura sia fatta soprattutto di particolari. E se per molti altri aspetti della scrittura è possibile perseverare, imparare, migliorare, l’occhio che serve per certi particolari temo sia un dono che o ce l’hai, oppure no. Per esempio:

«I primi mesi, risvegliandomi, trovavo spesso mia madre seduta sul fondo del letto, il lungo collo piegato verso di me, come a curare il sonno del figliolo, che nessuno ne disturbasse il riposo. Ma presto cominciò a preoccuparsi, a interrogarmi come per caso, come soprappensiero, e mi lasciava sul comodino il termometro e una tazza di caffè. Una mattina provò a chiamare il medico, ma per fortuna costui arrivò in una delle mie poche ore di veglia. Vidi dallo spioncino l’uomo e la sua borsa nera, e mi guardai bene dall’aprire: ma insisteva, il tipo, scampanellava, e cosi costrinsi la mia vecchia a dire, con la sua voce sempre più debole, che doveva esserci un equivoco, che qui tutto andava bene, che forse al piano di sopra. Fausto, fece mia madre quando per le scale si spense l’eco dei passi del medico, Fausto, parlami ti prego, e si teneva aggrappata al bavero del pigiama come al davanzale di una finestra altissima.»

Questo è tratto dal racconto Il campanile bruno di Marco Lodoli, in Grande Raccordo. Ecco, l’occhio che serve per vedere la madre aggrappata al bavero come al davanzale di una finestra altissima, secondo me, o ce l’hai, oppure no. E ancora, stesso libro, dal racconto Brio:

«… era la prima volta che io ascoltavo la sua voce parlare. Era come la gonna che indossava: bianca e con le pieghe.»

Piccoli, benedetti, fondamentali particolari.

mentire e nascondermi un po’

Naturalmente il descrivere è un processo di puro e semplice ricordare: non serve a impedire che le cose accadano una seconda volta; dagli stati d’angoscia, attraverso il tentativo di accostarvisi con formulazioni il più possibile precise, si ricava solo un piccolo piacere: dalla beatitudine dell’orrore la beatitudine del ricordo.

Di giorno ho spesso la sensazione di essere osservato. Apro le porte e guardo. Sul momento ogni rumore mi sembra un attentato contro di me.

Scrivendo questa storia mi capitava, a volte, di averne abbastanza della sua sincerità e della sua onestà e di aver voglia di tornare presto a scrivere qualcosa in cui potessi mentire e nascondermi un po’, un lavoro teatrale, per esempio.

Peter Handke
Infelicità senza desideri
Traduzione di Bruna Bianchi
Guanda, 2023

I’d like to see, how you all would bleed for me

Per la mia generazione, che non aveva vissuto quelle degli altri appartenenti al Club 27, la morte di Kurt Cobain è stata uno spartiacque. Ha insegnato (ricordato) a torme di adolescenti con capelli lunghi e camicioni di flanella che anche gli idoli muoiono, e spesso non di vecchiaia. Un evento traumatico, amplificato dallo stesso meccanismo mediatico che probabilmente l’aveva in parte causato.
Prima le foto del cadavere, o almeno quelle della sua parte rimasta integra, con i mozziconi di sigaretta sparsi sul pavimento, la scatola con il kit per bucarsi, poi le immagini di una specie di funerale diffuso in varie città del mondo, e infine le teorie complottiste, i retroscena: tutto questo ha trasformato il suicidio di Cobain nell’ultimo banchetto che i media hanno preteso da un ventisettenne che a quello spettacolo forse non aveva mai chiesto di partecipare, e che una volta invitato e intrappolato a tavola non aveva trovato altra via di fuga che imbracciare un fucile e puntarselo alla testa.
«Meglio andarsene con una fiammata che spegnersi lentamente»: è la frase di Neil Young che Cobain citava nella lettera di addio. C’è poco da aggiungere, mi pare.
A fare da controcanto a quella morte, così eclatante e urlata, ce n’è stata un’altra, di certo meno mediatica, forse meno universalmente sentita, ma che per alcuni della mia generazione (di sicuro: per me) è stata forse anche più sottilmente inquietante.
Sono passati otto anni dalla scomparsa di Cobain, e a morire stavolta è Layne Staley, cantante di quegli Alice in Chains che con i Nirvana hanno condiviso in parte la fama, ma soprattutto l’etichetta – imprecisa, come tutte le tassonomie giornalistiche – di grunge.
La particolarità della morte di Staley, quello che la rende per certi versi speculare a quella di Cobain, è che è silenziosa. Quando il cadavere viene trovato, nella vasca da bagno di un appartamento in un anonimo condominio di Seattle, è difficile dire da quanto tempo sia lì. Pesa 39 chili, per il riconoscimento tocca affidarsi alle impronte dentali, e vista l’avanzata decomposizione la morte viene retrodatata a due settimane prima del ritrovamento.
Al 5 aprile, lo stesso giorno di Cobain.
Potrei sbagliare, ma a quel che mi ricordo stavolta non ci sono giornalisti senza scrupoli che si inzaccherano le suole con i resti della rockstar, stavolta non ci sono cordoni di polizia a tenere lontani i curiosi. In rete si trova l’annuncio della morte dell’epoca dato su MTV. Non è affidato, come nel caso di Cobain, alla voce cavernosa e al tono patibolare di Kurt Loder, ma a un veejay che non ricordo di aver mai visto. Parla di un centinaio di fan che si sono ritrovati a Seattle per ricordare il cantante, in uno spezzone filmato ne vediamo una ventina davanti a una fila di candele.
E un centinaio sembra siano state anche le persone, tra fan e amici, che hanno partecipano alla cerimonia funebre pubblica del 20 aprile 2002, sempre a Seattle.
Una morte intima: nessun complottismo, nessuna battaglia legale, solo un junkie che si è spento – lentamente? – nella vasca da bagno di casa sua, senza che nessuno se ne sia reso conto, per ore, e giorni, e settimane.
Che cantasse come un dio, a quel punto, non aveva più nessuna importanza.

più interessante del vero

Una storiella dietro le quinte di Cose da fare per farsi del male.
Credo fosse il 2018, o giù di lì. Vado a un concerto di Ghemon, e poco prima che il concerto inizi noto una coppia attempata, in un angolo della sala. Se ne stanno in disparte, un po’ rattrappiti, non troppo a loro agio. Quando il concerto inizia, risulta evidente che sono lì per qualche motivo, ma che probabilmente il motivo non è la musica, o almeno: non in senso stretto. Passo buona parte della serata a chiedermi che cosa ci facciano lì, e l’unica risposta sensata che riesco a darmi è che siano venuti per ragioni affettive. Per esempio, che siano parenti di chi sta sul palco.
Me ne potrei dimenticare appena il concerto finisce, ma per qualche motivo quei due mi si piantano in testa, e il risultato è che pochi giorni dopo finiscono come personaggi in un racconto che si intitola, guarda un po’, Che ci faccio qui.
Un racconto in cui c’è un cantante sul palco, che però non ha nulla a che fare con Ghemon. Un racconto in cui il padre del cantante fa molta fatica ad accettare il successo del figlio – per ragioni così intime che non osa confessarle nemmeno a sé stesso.

Quando qualcuno mi chiede da dove vengano le idee per un racconto, questa potrebbe essere una risposta: da due sconosciuti in un angolo di un locale, dai due mojito che bevo mentre non riesco a fare a meno di osservarli, dal fantasticare su chi sono fino a farli diventare qualcosa che quasi di sicuro non corrisponde al vero – ma che sulla pagina, almeno per me, all’improvviso diventa più interessante del vero.

caso

In Nessuno è come qualcun altro dell’immensa Amy Hempel c’è un racconto di due pagine che si intitola Arcobaleno lunare, in cui una donna che ha appena seppellito il suo amato cane si vede arrivare un orso nel giardino di casa, e intuisce che tra le due cose potrebbe essersi un legame.

In Cose da fare per farsi del male del sottoscritto c’è un racconto di dieci pagine che si intitola La voce del lago, in cui una donna che ha appena seppellito il marito si vede arrivare nel giardino di casa un grosso cane, e intuisce che tra le due cose potrebbe esserci un legame.

Chi li legga entrambi potrebbe pensare che io mi sia ispirato – o peggio, che io abbia spudoratamente copiato. Il fatto è che ho letto Arcobaleno lunare un anno abbondante dopo aver finito di scrivere La voce del lago, e sono abbastanza certo di non averne sentito parlare prima. Quindi le innegabili somiglianze mi mettono addosso una sensazione un poco strana, ma non del tutto spiacevole. Se fossi un po’ più spirituale, chissà come me lo spiegherei. Ma non lo sono, quindi lo chiamo: caso.

Comunque: leggete Amy Hempel.
E se vi va, leggete pure il sottoscritto, grazie grazie, ma prego, ci mancherebbe.