eternità

Quello che era successo era che a un certo punto aveva sentito una voce, sbucata da chissà dove, una voce priva di un corpo, e la voce gli aveva spiegato, con un tono così sicuro e perentorio da essere garanzia di verità, che finché avesse avuto libri che voleva leggere a tutti i costi non sarebbe morto. Non film da vedere, piatti da assaggiare, album da ascoltare, persone da conoscere o paesi da visitare, no: solo libri. Quello che però contava davvero, aveva detto la voce, era l’intima necessità: non contavano i libri scelti con leggerezza, quelli casuali, intercambiabili, contingenti, pescati per necessità in una libreria all’aeroporto o trovati abbandonati su una panchina al parco. Solo libri che voleva leggere a tutti i costi: quelli lì, aveva detto la voce priva di corpo, solo quelli sono la tua polizza sulla vita.

gli altri

Tutto da rifare.
Le capesante che da secondo scivolano indietro e diventano antipasto, il sugo della pasta da allungare un po’, e una gita fuori programma alla pescheria, dove cercare qualcosa che sia rapido da preparare ma che si faccia comunque onore.
Tutto fattibile, certo.
Tutto fastidioso.
«Se dove si mangia in due si mangia in tre, dove si mangia in quattro si mangia in sei, no? È matematica…» ha detto poco fa Zeno al telefono, il tono scherzoso almeno in superficie, mentre io stavo già dando gli ultimi ritocchi al sugo.
«Sì, se il cuoco è Gesù Cristo» ho pensato io, indispettita dalla faciloneria con cui cercava di vendermi come gustoso qualcosa di indigesto, e soprattutto dal fatto che nel conto dei commensali avesse dimenticato, di proposito o meno, di contare Alessia. Come se fosse facile ignorarla, poi, soprattutto quando c’è gente a cena.
«D’accordo, qualcosa mi inventerò» ho risposto invece, già proiettata verso il cambio menu. «Però non faccio a tempo a passare a prendere Alessia dai tuoi, a questo punto. Passa tu dopo il lavoro, ok?» ho detto, e intanto pensavo: prendo il tonno, fette di tonno da fare alla griglia, con semi di sesamo e la salsina senape, miele e soia.
Senape e miele ce l’abbiamo, ma la soia? Ce n’è abbastanza? Sarà mica scaduta? Controllare, e nel caso, fare anche un salto alla drogheria.

Quello che avete appena letto è l’incipit del mio racconto contenuto in Splendere ai margini (Oligo editore, a cura di Andrea Temporelli). Gli altri racconti sono di Isabella Bignozzi, Davide Bregola, Davide Brullo, Marta Cai, Gabriele Dadati, Valentina Di Cesare, Riccardo Ielmini, Danilo Laccetti, Enrico Macioci, Matteo Marchesini, Andreea Simionel e Andrea Zandomeneghi.

avvertenze

Stavo cercando le sigarette nel cruscotto e l’ho visto solo quando ho tirato su la testa, una macchia scura che mi si stava infilando sotto le ruote.
Dopo, ci ho messo un po’ a capire che fosse un tasso.
La ruota gli aveva spalmato il corpo sull’asfalto, ma la testa era ancora integra e aveva uno sguardo molto vispo. Uno sguardo che avrei voluto avere anche io, nei miei ultimi secondi di vita.
Il pelo bianco era imbevuto di sangue e interiora, quello nero lucidissimo di luna.
Stavo per chiudergli gli occhi, poi mi è venuto in mente quello che si dice delle malattie e degli animali selvatici, così ci ho rinunciato. Ho rinunciato anche a prendere quello che restava del tasso e spostarlo fuori dalla carreggiata. Non che volessi seppellirlo, ma almeno mi sarebbe piaciuto evitare che la prossima macchina gli fracassasse anche la testa.
Avevo ancora in mano il pacchetto di sigarette, ne ho tirata fuori una e sono rimasto ancora un po’ lì, a fumare chino di fianco a lui.
Mi sembrava doveroso, un modo per chiedergli perdono, una specie di piccolo funerale.
Sul pacchetto di sigarette c’era scritto: Il fumo causa cecità.
Sull’altro lato, c’era scritto: Il fumo uccide.

ridere

Su una panchina al parco c’è un vecchio che ride.
Non riesce a fermarsi, si guarda attorno e ride.
Quando gli passa fa un gran respiro, si dà uno schiaffo sulla guancia.
E ricomincia.

(un racconto brevissimo che potrebbe – o potrebbe non – essere vero)

incipit al cubo

Le storie, se ci fate caso, iniziano tutte più o meno nella stessa maniera.
Certo, ognuna ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità – il suo tempo il suo luogo, il suo come e il suo cosa – eppure tutte quante, vere o inventate che siano, quando cominciano ti illudono che andranno a parare da qualche parte, che alla fine ci sarà un motivo per cui sono state raccontate. Altrimenti, perché raccontarle?
Nel caso delle storie vere, di solito questo ha a che fare con il motivo per cui, tra miliardi di storie realmente accadute, proprio quella sia stata considerata degna di evolvere, di meritarsi la promozione a qualcosa che valga la pena di tramandare a qualcuno.
Nel caso delle storie inventate, invece, il senso è se possibile ritenuto ancora più necessario: perché perdere tempo ed energie ad architettare una storia che non va da nessuna parte? Nessuno sano di mente vorrebbe dedicare il suo tempo a un vicolo cieco, giusto?
E invece no, sbagliato.
Perché anche un vicolo cieco, angusto, infestato dalla puzza di piscio e immondizia, sprofondato tra palazzi che incombono su di lui e lo soffocano, un vicolo privo di nome e di numeri civici, anche quel vicolo cieco per qualcuno può essere un luogo a cui ritornare, qualcosa di simile a casa.
E lo stesso può capitare con una storia priva delle caratteristiche che comunemente si considerano indispensabili per suscitare interesse.
Sono come barzellette che fanno ridere solo chi le racconta, come amplessi in cui uno arriva all’orgasmo prima ancora che l’altro cominci a scaldarsi. Sono insoddisfacenti, forse, eppure esistono. Sono fallimenti in potenza, sono potenzialità inespresse, l’alunno che sarebbe intelligente ma non si impegna, il bonsai cresciuto rigoglioso per venticinque anni che nel giro di venticinque giorni viene stroncato da un parassita invisibile.
Se questa storia sia proprio una di quelle, non lo saprei dire: sono troppo coinvolto, mi manca la prospettiva per giudicare.
Quindi, giudicate voi.

oh Io!

«Lo vedi che sono degli stronzi?».
«Signore, non dite così».
«Lo dico eccome, non passa giorno che non lo dimostrino. Guarda quelli, guarda guarda guarda! Non ci si crede. Ma è stata colpa anche Mia, oh sì, ho fatto almeno un errore imperdonabile».
«Ma Voi siete infallibile…».
«Ma falla finita, che non ci credi neanche tu… Che Io sia infallibile lo dicono loro, che infatti sono fallibili e lo dimostrano dicendolo. Non sono infallibile, non sono onnipotente né onnisciente, sono solo eterno, e fa una bella differenza. Accidenti a Me e al peccato originale».
«La mela, intendete?».
«Ma no, ma quale mela, quella era solo un’allegoria. Quando gli ho parlato di peccato originale intendevo il Mio, sono loro che hanno frainteso. Io intendevo la scelta di dargli il libro arbitrio, quello è stato il peccato originale originale. Tornassi indietro non lo rifarei. Pensa come sarebbe bello se facessero solo quello che è previsto per loro, immaginati l’ordine, la geometria della predestinazione».

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buona dissoluzione

Un cazzone ridicolo». Uno che dovrebbe ringraziare chi gli ha fatto il favore di registrare la sua «trascurabile esistenza», facendolo uscire dal suo misero «cono d’ombra».

Questo, modestamente, sarei io. Per capire da dove venga questa lusinghiera descrizione mi vedo però costretto a chiedervi un passo indietro. Andiamo.

Nel 2018 pubblico una raccolta di racconti con una piccola, agguerrita, coraggiosissima casa editrice. Nonostante le circostanze (il semi-esordiente, con una raccolta di racconti, in Italia: sembra una versione editoriale di Cluedo, e la vittima, scontata, è il successo) il libro va piuttosto bene.

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un lago

C’era un lago – piccolo ma pieno di vita –, e di fianco al lago c’era un piccola casa di legno, e nella piccola casa di legno c’era un uomo.
L’uomo sopravviveva grazie al lago, che ogni giorno gli forniva quello di cui aveva bisogno per sopravvivere: acqua e cibo.
Ma il lago – almeno così sembrava all’uomo – era costantemente minacciato: predatori che nuotavano sul fondo, siccità improvvise, strane alghe marroni che ne infestavano i bordi.
E così le giornate dell’uomo scorrevano in bilico tra i due estremi, quello salvifico e quello traboccante d’ansia, che il lago portava con sé.

(e questo è tutto quello che ho da dire sull’essere genitori, in generale ma più in particolare nell’anno 2021)