destino

«Te ci credi al destino?».
«No».
«He he».
«Cosa?».
«Cosa “cosa”?».
«Ha ridacchiato, hai fatto “He he”, perché?».
«Be’, perché era ovvio che avresti risposto così».
«No, senti, non incominciamo, ho mal di testa, davvero».
«He he».
«Ho capito che adesso qualsiasi cosa io dica o faccia tu sosterrai che era scritto nel destino anche se non credo nel destino, ma alla lunga rompi le balle».
«He he».
«Vabbe’, senti, io vado…
«H…
«… e tu non osare, non ti permettere, stai zitto! Zitto, ok? Vado».

(«He he».)

la banca dell’ansia

Ero lì che stavo decidendo cosa fare per cena quando mi è squillato il telefono.
Numero sconosciuto, Maledetti tafanatori, ho pensato.
E poi, ancora in piedi e in mutande davanti al frigo aperto, ho risposto.
«Parlo con B.?» ha detto una voce.
Tafanatori che si prendono confidenze, i peggiori in assoluto, ho pensato.
E «Sì, chi è?», ho detto.
«Buonasera, la chiamo dalla Banca dell’Ansia» ha detto la voce. «Mi spiace disturbarla ma mi risulta che ci siano problemi col suo conto» ha detto.
«Quale conto?».
«Il suo Conto dell’Ansia, che domande».
«Non ho nessun Conto dell’Ansia, mai aperto niente di simile».
«È naturale, non è così che funziona. Se aspettassimo che uno apra il conto di sua spontanea volontà saremmo già falliti, he he he».
«Continuo a non capire».
«Niente paura, sono qui apposta. Allora, quando individuiamo clienti che ci possano assicurare un buon ritorno, noi apriamo automaticamente un conto a loro nome. Ed è quello che abbiamo fatto anche con lei. Ora, come le dicevo, purtroppo c’è un problema con il suo conto e l’ho chiamata perché spero di poterlo risolvere quanto prima».
«Ma è legale questa cosa?».

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che ci faccio qui

Mi fanno male i piedi.
Qua dentro c’è un caldo assassino.
E c’è puzza di sudore giovane, mescolata a un odore dolciastro che non capisco bene cos’è.
Il cantante esce sul palco, ha addosso una giacca e dei pantaloni dorati, ricoperti di lustrini. Nella luce dei fari sembra vestito di scintille da saldatore.
Ha un paio di occhiali da sole con la montatura bianca, enormi, che gli coprono mezza faccia.
Quando alza un braccio e saluta, tutti urlano il suo nome.
Urla anche mia moglie, in piedi davanti a me, solo che invece del nome d’arte lei urla quello di battesimo.
Se mi avessero detto che un giorno sarei stato sotto un palco ad ascoltare musica come questa, e che sul palco ci sarebbe stato mio figlio, vestito come un cioccolatino, avrei risposto Voi siete pazzi.
E invece.
Passo le prime tre canzoni a chiedermi che ci faccio qui.

(incipit di un racconto inedito dal titolo Che ci faccio qui; continua sul nuovo numero di retabloid, qui)

cautela

Un giorno di febbraio, alle sette del mattino, padre Ferguson trovò un preservativo usato sul gradino del confessionale.
Rimase a fissarlo, inorridito, per una decina di minuti.
Poi si mise un paio di guanti in gomma, lo raccolse e cestinò.
Prese una spugna, disinfettò il confessionale, e cestinò anche quella.
Infine si raccolse in preghiera, e «Buon Dio,» disse «perdona la mia disattenzione, prometto che la prossima volta sarò più cauto».

cesso

La moglie di Sabatini è un cesso.
Fu la prima cosa che pensai quando me la presentò alla cena di Natale dell’azienda.
Lui: unghie curate, abiti su misura, giovane, affascinate, profumato.
Lei: un cesso.
Mia moglie, pur con tutte le sue imperfezioni e con vent’anni in più, è decisamente più desiderabile, pensai; e non era certo l’amore a parlare, perché di quello, dopo tutto il tempo passato insieme, ho l’impressione che non ce ne resti granché.
Comunque, la disparità tra Sabatini e signora mi aveva fatto piacere, devo ammetterlo, perché da uno come lui ti saresti aspettato una partner all’altezza, e invece… Finalmente una crepa che rischia di mandare la sua perfezione in frantumi, mi dissi mentre le stringevo la mano dopo essermi provvidenzialmente asciugato la mia sui pantaloni, e mentre con la coda dell’occhio vedevo il fastidiosissimo biancore dei denti di Sabatini.
Sabatini infatti, non c’è neanche bisogno di specificarlo, sorrideva.
Sabatini sorride sempre, sorride a tutti.
E secondo me quando uno sorride così, senza ritegno e senza motivo, è perché ha qualcosa da nascondere; quindi proprio in quel momento, mentre lasciavo la mano moscia di sua moglie e stringevo un bicchiere di vino bianco ormai tiepido nell’altra mano, mi ripromisi di smascherarlo.
«A me non la fai, damerino del cazzo,» pensai verso la fine della cena natalizia, con qualche altro bicchiere di bianco che mi risuonava come una risacca in testa «a me non la fai».

(incipit di un racconto nuovo, che uscirà in un raccolta nuova, quando?, chissà)

mani avanti

Roberto arriva alle 8.40, puntuale come sempre.
Quando salgo in macchina la prima cosa che dice è «Oh, ma che faccia hai?».
«La faccia di uno che ha dormito per terra» dico io. «I gemelli hanno pianto ininterrottamente, a turno, dalle undici alle due. A un certo punto non ne potevo più di fare la spola tra un lettino e l’altro, mi sono steso un attimo, e mi sono svegliato stamattina alle sei e mezza».
«Mani avanti?» dice Roberto.
«Eh?»
«Metti le mani avanti? “Sono stanco, non ho dormito…”, così se perdi hai la scusa pronta? Come se non avessi figli anche io… Tre, per giunta»
«A parte che non perdo,» rispondo «e comunque il più piccolo dei tuoi ha otto anni, non due e mezzo. E fra l’altro non ti sei mai svegliato in vita tua per andare a vedere di cosa avessero bisogno di notte, quindi non ci provare».
«E tu che ne sai, se mi sveglio o no?».
«Lo so perché è da quando sono nati i miei che cerchi di convincermi che quella è roba che spetta alle donne».
Scambi come questo sono il nostro riscaldamento. Ogni sabato mattina andiamo a giocare a tennis in un circolo a dieci chilometri da casa mia, e ogni sabato mattina le ostilità iniziano ben prima di scendere in campo. Nello spogliatoio o già in macchina, come oggi.
«Vabbe’, vabbe’,» dice Roberto fermandosi a un semaforo «vorrà dire che oggi non spingo troppo. Vuoi anche uno 0-15 di handicap, per stare più sicuro?»
«Voglio che guidi e taci, sarebbe già sufficiente».

Incipit di Match Point, un mio racconto sul numero 83 di «Nuovi Argomenti»

mio fratello

Vai piano!, gli diceva la mamma ogni volta che usciva per una corsa.
Mamma, se vado piano tanto vale che non partecipi neanche.
Poi una volta, prima dell’ultima gara stagionale, lei era a letto con l’influenza e non l’ha salutato.
È stata quella in cui è morto, e credo che lei si senta in colpa. Però, conoscendola, sono sicuro che se anche quella mattina gli avesse detto di andar piano adesso penserebbe di avergliela tirata. Tanto, quando succedono cose brutte come queste, un motivo per sentirti in colpa lo trovi comunque.

(incipit di Mio fratello, un racconto inedito pubblicato sulla rassegna stampa di gennaio di Oblique Studio; continua qui)

[update: il racconto è stato poi inserito in Il vizio di smettere]

questa la dovete vedere

Il ragazzo comparve ad A***** nel tardo pomeriggio di un giovedì di giugno. Arrivò a piedi, costeggiando i tralicci dell’alta tensione che dalle colline alle spalle del paese scendevano fino a valle. Attraversò in diagonale i campi, facendosi largo tra le piante di mais, e quando fu in prossimità della linea ferroviaria, impossibilitato a proseguire a causa dei cavi elettrici sopra le rotaie, si sedette nell’erba e attese.
Dopo qualche minuto venne notato da un abitante di A*****, un ciclista amatoriale che aveva approfittato della freschezza della sera e stava tornando verso casa dopo un lungo allenamento. Il ciclista scese dalla bicicletta, incuriosito. Un forestiero era una rarità da quelle parti. Si avvicinò al ragazzo.
Ha bisogno di aiuto?, chiese, e solo allora vide i fili. Sembravano fuoriuscire dai polsi del giovane e salivano in cielo per un lunghezza infinita, o comunque sufficiente perché non fosse possibile scorgerne l’altra estremità ad occhio nudo.
Il ragazzo guardò il ciclista.
Grazie, no, sto solo aspettando qualcuno disse, i fili accarezzati dal vento che scendeva dalle colline mandavano bagliori fugaci quando un raggio dell’ultimo sole della giornata ci passava attraverso.
Il ciclista pensò a uno scherzo, poi a un gioco di prestigio, e prima ancora di decidere quale fosse la definizione esatta di quel che aveva visto stava già pedalando verso la piazza della chiesa, dove giunse senza fiato. Lasciò cadere la bicicletta, entro nel bar del paese.
Questa la dovete vedere disse ansimando, venite, presto, venite.

(incipit di un racconto in lavorazione)

[update: il racconto è stato poi inserito in Il vizio di smettere, con il titolo Una vita in venti minuti]

una, una sola

Primo diceva sempre che della vita, a lui, in pratica non fregava più nulla. Arrivato a sessantacinque anni, diceva, le cose migliori le hai già fatte, e poi senza una moglie, senza dei figli, cosa vuoi… Quando però il dottore gli dice che ha il cuore affaticato e che se non si dà una regolata non gli resta molto da vivere, Primo si accorge che in fin dei conti preferirebbe sopravvivere. Darsi una regolata, nel suo caso, significa smettere di bere caffè e superalcolici, mangiare sano e dire addio alle sigarette. E allora Primo finisce la bottiglia di whisky che ha in casa, e non ne compra più. Rinuncia a cibi fritti, grassi, formaggi, ci va piano col burro. Avanzano solo le sigarette, su cui Primo fa un compromesso: una, una sola sigaretta al giorno, da fumarsi la sera, dopo cena. Eccolo quindi, stasera come ogni sera, sdraiato sul divano dopo una cena a bresaola e verdura, ad aspirare lunghe, soddisfacenti boccate. Nel palazzo di fronte, al quarto piano, abitano degli studenti fuori sede. Dalla sua posizione sul divano, mentre soffia spessi cerchi di fumo al soffitto, Primo riesce a sbirciare dentro la stanza da letto di uno dei ragazzi. Da qualche sera a questa parte, complice la primavera e le rispettive finestre spalancate, Primo vede il ragazzo prepararsi per uscire. Lo vede infilarsi una maglietta, guardarsi allo specchio, provare un cappello, cambiare maglietta, togliersi il cappello, spettinarsi il ciuffo, togliersi gli occhiali, mettersi le lenti a contatto. Tempo di finire la sigaretta e iniziare il conto alla rovescia delle ventiquattro ore che lo separano dalla prossima, e il ragazzo è pronto. Spegne la luce della stanza, esce. Primo appoggia il posacenere sul tavolino di di fianco al divano, socchiude gli occhi, immagina il ragazzo in strada, lo vede entrare in un bar, conoscere gente, magari finire la serata a letto con qualcuno. Chissà se il ragazzo fuma, si chiede Primo. E si augura di sì.