risvolti catastrofici

Ho spesso fantasie di questo tipo. Un’amica psicologa mi ha spiegato che si chiamano pensieri intrusivi: immagini che si insinuano nella mente contro la nostra volontà e che non riusciamo a gestire o eliminare. È un’ossessione incontrollabile. Mi appaiono queste orrifiche visioni all’improvviso, in qualsiasi momento del giorno o della notte: mentre guido, mentre mangio, mentre scrivo e a volte persino mentre parlo con le persone. Sono ologrammi fulminei dal risvolto catastrofico. Pare che i pensieri intrusivi siano causati da un sovraccarico emotivo della memoria, una parte di noi o un problema che ci sforziamo di reprimere e che si esprime in questo enigmatico modo.

Francesca Mattei

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa

Pidgin, 2021

l’opacità

Per un malato di depressione la visione è netta, senza nebbie. Una persona non affetta da depressione invece ha una visione sfocata, lavora di fantasia, interpreta, completa le forme come un bambino alle prese con i primi esercizi di geometria. L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi. Mentre io, ora, con la mia visione limpida, con la visione del tubo di gomma, non posso più salvarmi, posso solo condannare me stesso.

Andrea Pomella

L’uomo che trema

Einaudi, 2018

tutto nella testa

Scriverlo, semplicemente scriverlo, continuava a pensare, ed era questo pensiero, semplicemente scrivere il saggio, mettersi a tavolino e scriverlo, era questo pensiero che riempiva completamente la sua esistenza, non era più il pensiero del saggio, solo il pensiero di scriverlo, di mettere il saggio per iscritto da un momento all’altro; ma quanto più era ossessionato da questo pensiero, tanto più gli diventava impossibile scrivere il saggio. La difficoltà non sta nell’avere una cosa nella testa, tutti nella testa hanno le cose più straordinarie, le hanno continuamente sino alla fine della loro vita, le cose più straordinarie, la difficoltà sta piuttosto nel far uscire queste cose straordinarie dalla testa e trasferirle sulla carta. Nella testa si può avere tutto ed effettivamente tutti hanno tutto nella testa, ma sulla carta non c’è quasi nessuno che abbia qualcosa.

Thomas Bernhard, La fornace

Traduzione di Magda Olivetti

Adelphi, 2022

ama e difenditi

La bambina l’aveva fissata senza capire una sola parola. La nonna allora aveva distolto lo sguardo dal cielo prendendo a picchiettarle il dorso della mano. Avvicinando il viso al suo le aveva quasi soffiato in bocca: ama e difenditi, non c’è altro da sapere. Proteggi lo spazio che abiti e pretendi di essere felice. Se ami e non ti proteggi sei una vittima. Se ti proteggi e non ami sei un carnefice. Una cosa sola senza l’altra non basta, a meno che tu non voglia andare in giro vulnerata o zoppa. La consapevolezza ce l’hanno in pochi, il talento in pochissimi, il coraggio quasi nessuno. Detto questo, vedi tu.

Emanuela Canepa

Quel che resta delle case

Tetra, 2022

ugo lampreda (non quello di internet)

Buongiorno mi presento sono Ugo Lampreda. Ho trovato il vostro annuncio di lavoro sul giornale e mi sono detto che è proprio adatto a me. O almeno mi pare di sì ma giudicherete voi. Ci mancherebbe. Intanto però mi sono detto di scrivere una lettera per iniziare a conoscerci e poi vediamo per il colloquio.

La prima cosa che volevo dirvi è che ho 51 anni. Ho sempre pensato che vivrò fino a 100 quindi diciamo che ho appena superato la metà. Sono un uomo fortunato da questo punto di vista. Ho ancora tempo per fare un mucchio di cose. Non so perché lo penso ma anzi più che pensarlo io lo so per certo che morirò a 100 anni. Difficile spiegare. Comunque andiamo avanti.

Continua

incipit al cubo

Le storie, se ci fate caso, iniziano tutte più o meno nella stessa maniera.
Certo, ognuna ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità – il suo tempo il suo luogo, il suo come e il suo cosa – eppure tutte quante, vere o inventate che siano, quando cominciano ti illudono che andranno a parare da qualche parte, che alla fine ci sarà un motivo per cui sono state raccontate. Altrimenti, perché raccontarle?
Nel caso delle storie vere, di solito questo ha a che fare con il motivo per cui, tra miliardi di storie realmente accadute, proprio quella sia stata considerata degna di evolvere, di meritarsi la promozione a qualcosa che valga la pena di tramandare a qualcuno.
Nel caso delle storie inventate, invece, il senso è se possibile ritenuto ancora più necessario: perché perdere tempo ed energie ad architettare una storia che non va da nessuna parte? Nessuno sano di mente vorrebbe dedicare il suo tempo a un vicolo cieco, giusto?
E invece no, sbagliato.
Perché anche un vicolo cieco, angusto, infestato dalla puzza di piscio e immondizia, sprofondato tra palazzi che incombono su di lui e lo soffocano, un vicolo privo di nome e di numeri civici, anche quel vicolo cieco per qualcuno può essere un luogo a cui ritornare, qualcosa di simile a casa.
E lo stesso può capitare con una storia priva delle caratteristiche che comunemente si considerano indispensabili per suscitare interesse.
Sono come barzellette che fanno ridere solo chi le racconta, come amplessi in cui uno arriva all’orgasmo prima ancora che l’altro cominci a scaldarsi. Sono insoddisfacenti, forse, eppure esistono. Sono fallimenti in potenza, sono potenzialità inespresse, l’alunno che sarebbe intelligente ma non si impegna, il bonsai cresciuto rigoglioso per venticinque anni che nel giro di venticinque giorni viene stroncato da un parassita invisibile.
Se questa storia sia proprio una di quelle, non lo saprei dire: sono troppo coinvolto, mi manca la prospettiva per giudicare.
Quindi, giudicate voi.

per chiunque

Compresi che la condizione per stabilire il passaggio dall’adolescenza alla maturità non è data solo dalla consapevolezza e dall’accettazione dei propri limiti, ma dalla pena che si prova per se stessi, per gli altri […], per chiunque.

Marta Cai

Mezzaluna fertile, in Enti di ragione

Sui generis, 2019

disappear here (una spiegazione)

In breve, ecco quello che è successo: di recente ho attraversato – lo sto attraversando tuttora – un periodo piuttosto tormentato. E mentre provavo a trovare un modo per restare a galla mi sono reso conto che a peggiorare ulteriormente la situazione, tra molte altre cose, era il chiacchiericcio continuo – il mio, prima di tutto.
Così, come spesso succede quando non sei lucido, ho fatto una cosa scomposta e istintiva – il che, attenzione, non vuol dire per forza di cose sbagliata. E cioè ho preso e ho cancellato tutti i contenuti sui miei profili social. Facebook, Twitter, Instagram, anni e anni di post e foto, stronzate e cose serie, tutte quante finite nel cestino nel giro di qualche ora.
Mi ha fatto bene, sul momento: una corroborante sensazione di leggerezza.
I profili erano ancora lì ma erano vuoti.
Mi sembrava un buon compromesso.
Le controindicazioni però non ci hanno messo molto a farsi vive. Per esempio, che ne sarebbe stato di questo blog? Che senso ha, oggi, scrivere qualcosa da qualche parte se poi non la si dà in pasto agli algoritmi, sperando che loro ti diano qualcosa in cambio?
Insomma, ho pensato, meglio rivedere i termini del compromesso. Meglio continuare a scrivere qui, e limitarsi a condividere i contenuti sui social solo attraverso le loro modalità più effimere, quelle che dopo un po’ non lasciano traccia. Le storie, in sostanza (una parola che ormai ci hanno scippato, insieme a molto altro; ma non divaghiamo). Questo nuovo compromesso, me ne rendo conto, ha le sembianze del suicidio. È una soluzione anacronistica, in questi tempi che premiano la condivisione frenetica e tentacolare. E non mi sfugge nemmeno che è viziata da una buona dose di incoerenza. Ma sto cercando una via, non è facile, e questo è quello che mi sento di fare.
Sparire, senza sparire del tutto.
Se non siete tra le pochissime centinaia di iscritti a questo blog, è probabile che oggi siate arrivati qua proprio attraverso le storie pubblicate sui social, o su post che avranno comunque una durata limitata: le uniche briciole di pane che seminerò d’ora in poi. E se in futuro, come preventivabile, le briciole non porteranno nessuno da queste parti, pazienza; spero ci saranno altre occasioni per restare in contatto.
Come diceva quello: «Ci sono infiniti altri mondi, oltre a questo».
Non ultimo, aggiungo io, quello tangibile.
Magari ci vedremo lì.

tuo padre che affoga

Cosa fanno le persone quando non le stiamo guardando?
In pubblico fingiamo tutti così tanto che non c’è modo di sapere quel che succede quando torniamo a casa, la serratura scatta, e restiamo soli con le nostre cose, i nostri difetti, i nostri odori.
Vale per tutti quanti, in qualsiasi momento.
Vale anche per me, quando venduti gli ultimi biglietti per uno spettacolo apro la porta dello sgabuzzino e poi me la chiudo alle spalle.
Cosa ci sarà là dentro? pensano gli ultimi spettatori mentre entrano in sala, ma probabile sia un pensiero fugace, perché poi il buio della sala se li inghiotte, e comincia il film.

(incipit di Tuo padre che affoga, un mio racconto appena pubblicato su minima&moralia, qui)

stramusone

Periodicamente, sui social, mi capitano gli annunci di uno che neanche so come si chiama, fa il motivatore, o il coach, una roba così, insomma quello lì vuole a tutti i costi che io scopra i miei talenti, che io accetti la sua challenge – se mi capitano gli annunci ci sarà un motivo, forse l’algoritmo avrà capito che sono una persona insicura, chi lo sa – ma comunque ogni volta che lo vedo, quello lì, sogno di accettare la sua challenge, e di scoprire che il mio talento, pensa un po’, era proprio quello di smascherare i ciarlatani e dar loro uno stramusone davanti a una classe di insicuri come me, così dopo magari anche lui avrà bisogno di qualcuno che lo motivi per riprendersi dall’umiliazione dello stramusone che ha demolito la sua immagine; così siamo pari.