in quel momento

Due settimane più tardi, come si scopre di essersi presi il raffreddore, Giulio seppe di avere addosso una malattia mortale. Il resto fu semplice, quasi meccanico. Un venerdì alle due del pomeriggio – c’era un sole molto acceso in un cielo gelido, d’un azzurro assolutamente romano – preparò una valigia piuttosto leggera, scrisse un biglietto alla donna delle pulizie e chiamò un taxi, dopo aver parcheggiato la sua automobile con un curioso sorriso. Un sorriso che copriva un tremito, un infantile tremito delle labbra. All’autista del taxi Giulio diede l’indirizzo di una clinica di lusso, aggiungendo con voce un po’ soffocata “Forza, andiamo,” e iniziando a morire in quel momento.

Antonio Debenedetti, Un’anima in ghiaccio
in Racconti naturali e straordinari
Bompiani, 2017

non si voleva bene

Villa, nel mentre evitava ipocritamente di darsi una risposta, non si voleva bene. Forse per questo, intanto che l’espresso filava sotto una lunga galleria, notò con dispetto insolito il proprio volto riflesso nella buia superficie d’un finestrino. Che stranezza, ragionò, che assurdità. Lui e il suo destino avevano proprio quella faccia lì: quella faccia come un po’ bambina, riconoscibile fra miliardi, irrisolta perché povera, perché defraudata di qualcosa, qualcosa di maschio e di comune, che gli altri, i veri uomini possedevano e ostentavano gagliardi.

Antonio Debenedetti, Un pentito
in Racconti naturali e straordinari
Bompiani, 2017

un attore

Un attore, in una commedia fiabesca, recita la parte del mago cattivo… lo infilano in una pelliccia di montone e in un paio di scarpe troppo strette che gli comprimono i piedi… di questo non si accorge nessuno… gli piace così tanto recitare per i bambini, perché sono il pubblico più riconoscente… I bambini, trecento, naturalmente si spaventano quando lui entra in scena, poiché con tutta l’anima tengono per la giovane coppia che il mago incanta e trasforma in due animali (rettili-mammiferi)… Loro preferirebbero vedere soltanto la giovane coppia e nient’altro, ma allora la commedia non sarebbe una buona commedia, e invece si tratta di una buona commedia, di una buona commedia fiabesca… in una commedia fiabesca (commedia), fatta a regola d’arte, non può mancare una figura malvagia (maligna) e impenetrabile, che deve distruggere o perlomeno ridicolizzare ciò che è buono e trasparente. Quando il   sipario si alza per la seconda volta (e la commedia riprende) nulla più trattiene i bambini, che si lanciano dalle loro poltrone e invadono il palcoscenico, si direbbe che non sono soltanto trecento, ma tremila, un milione… e benché l’attore che fa la parte del mago, nei panni del mago pianga e li implori di smetterla con quei colpi e con quei calci, loro non si lasciano influenzare e continuano a picchiarlo (con oggetti duri e appuntiti, con forbici e coltelli) e a pestarlo sotto i piedi, finché lui non si muove più, finché è morto… quando gli altri attori, che stavano dietro le quinte aspettando di entrare in scena, senza aver notato nulla della tragedia in questa commedia fiabesca, tutt’a un tratto arrivano di corsa e constatano che il loro compagno, il loro compagno più bravo, il mago, l’attore che fa il mago, è morto, i bambini che lo hanno ucciso scoppiano in una risata mostruosa, così fragorosa, che tutti quanti vi smarriscono il senno…

Thomas Bernhard, Amras
Traduzione di Magda Olivetti
Adelphi, 2026

un pezzo perduto

Lui lo chiama l’oggetto mancante. Ripete che gli manca qualcosa, come se giocasse a un puzzle con un pezzo perduto, che doveva andare da qualche parte al centro della figura, e finché continuerà a mancargli, non potrà mai essere felice. A volte fa strani discorsi su questo puzzle e il pezzo mancante, dice che ha la sensazione che i pezzi non siano di meno, ma di più, che gli abbiano dato i pezzi di due puzzle mescolati, e poi ne abbiano tolti un po’ a casaccio, e ora non può finire nessuna delle due figure. Comunque i pezzi sono insufficienti.

Giordano Tedoldi
I segnalati
Fazi, 2013

verdastri, belli

Ormai era quasi notte e l’anziana Città di Mare digradava verso il porto con i suoi viali e i suoi lungomare con palmizi, i lampioni erano già accesi, stradali e moderni, accecanti, verdastri, belli.
La Città di Mare gli risiedeva dentro da molto tempo.
Si sa come riescono ad abitarci le città: si introducono in noi sin da bambini, quando nemmeno ci interessano, quando siamo distratti a leggere fumetti, a giocare tutto il giorno e, nel caso della Città di Mare, a sguazzare nell’acqua della battigia con secchiello e paletta per intere estati, lunghe quattro mesi.
Sandro amava quella città, le apparteneva, la riconosceva, la sapeva.

Francesco Pecoraro, Cormorani
in Camere e stanze
Ponte alle Grazie, 2021

ciottoli e ortiche

Perciò, meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno, e ora stava per declinare, smise di passeggiare, guardandosi intorno con aria stupita.

Anna Maria Ortese, Interno familiare
da Il mare non bagna Napoli
Adelphi, 1994

particolari

Più scrivo e leggo, cercando di capirci qualcosa, più mi pare che la grande scrittura sia fatta soprattutto di particolari. E se per molti altri aspetti della scrittura è possibile perseverare, imparare, migliorare, l’occhio che serve per certi particolari temo sia un dono che o ce l’hai, oppure no. Per esempio:

«I primi mesi, risvegliandomi, trovavo spesso mia madre seduta sul fondo del letto, il lungo collo piegato verso di me, come a curare il sonno del figliolo, che nessuno ne disturbasse il riposo. Ma presto cominciò a preoccuparsi, a interrogarmi come per caso, come soprappensiero, e mi lasciava sul comodino il termometro e una tazza di caffè. Una mattina provò a chiamare il medico, ma per fortuna costui arrivò in una delle mie poche ore di veglia. Vidi dallo spioncino l’uomo e la sua borsa nera, e mi guardai bene dall’aprire: ma insisteva, il tipo, scampanellava, e cosi costrinsi la mia vecchia a dire, con la sua voce sempre più debole, che doveva esserci un equivoco, che qui tutto andava bene, che forse al piano di sopra. Fausto, fece mia madre quando per le scale si spense l’eco dei passi del medico, Fausto, parlami ti prego, e si teneva aggrappata al bavero del pigiama come al davanzale di una finestra altissima.»

Questo è tratto dal racconto Il campanile bruno di Marco Lodoli, in Grande Raccordo. Ecco, l’occhio che serve per vedere la madre aggrappata al bavero come al davanzale di una finestra altissima, secondo me, o ce l’hai, oppure no. E ancora, stesso libro, dal racconto Brio:

«… era la prima volta che io ascoltavo la sua voce parlare. Era come la gonna che indossava: bianca e con le pieghe.»

Piccoli, benedetti, fondamentali particolari.

mentire e nascondermi un po’

Naturalmente il descrivere è un processo di puro e semplice ricordare: non serve a impedire che le cose accadano una seconda volta; dagli stati d’angoscia, attraverso il tentativo di accostarvisi con formulazioni il più possibile precise, si ricava solo un piccolo piacere: dalla beatitudine dell’orrore la beatitudine del ricordo.

Di giorno ho spesso la sensazione di essere osservato. Apro le porte e guardo. Sul momento ogni rumore mi sembra un attentato contro di me.

Scrivendo questa storia mi capitava, a volte, di averne abbastanza della sua sincerità e della sua onestà e di aver voglia di tornare presto a scrivere qualcosa in cui potessi mentire e nascondermi un po’, un lavoro teatrale, per esempio.

Peter Handke
Infelicità senza desideri
Traduzione di Bruna Bianchi
Guanda, 2023

paura di questa paura

Se non voglio vedere nessuno, neanche quelli del rifornimento, è perché ho paura di non essere ragionevole. Paura che mi venga la tentazione. Paura di questa paura di me stesso di cui ho già parlato. E ho fatto proprio bene a chiudermi a doppia mandata nella camera di guardia e a gettare la chiave dalla finestra quando sono arrivati, perché sin dall’alba Cordouan mi martellava le tempie. Mi aveva fatto uscire pazzo, pazzo al punto da sudare come non mai, da avere male dappertutto fin nelle ossa, da vedermi passare davanti agli occhi immagini di carogne, da sentire le sirene acutissime di un battello faro più pericoloso del faro stesso, da dovermi imbavagliare per non urlare, da sbattere la testa contro l’armadio prendendo la precauzione, in uno sprazzo di lucidità, di mettere una coperta fra la mia testa e il legno, da punire i miei avambracci a colpi netti e precisi di bisturi manico numero tre lama numero dieci, per poi finire accovacciato nel mio piscio mugolando come un grongo epilettico.

Vincent de Swarte, Il re di Atlantide
Traduzione di Giorgio Pinotti
Adelphi, 2000

il trafelato presente

Io… non capisco bene perché ti racconto tutto questo. Risale talmente indietro nel mio viaggio nel tempo. Le tappe di un viaggio non contano se il viaggio in sé è privo di meta e ha solo una fine. Sulle strade le donne ticchettano-scandiscono il passare del loro tempo… E tutto successo, ma ora sta succedendo questo. Come Vera che si è dileguata, anche il passato è morto e sepolto. Il futuro può prendere questa strada, o quell’altra. Le azioni del futuro non hanno mai avuto una quotazione cosí incerta. Non puntarci i tuoi soldi. Ascolta il mio consiglio e rimani attaccato al presente. E l’unica cosa vera, l’unica realtà, non c’è altro, solo il presente, il trafelato presente

Martin Amis, Money
trad. it. di Susanna Basso
Einaudi, 1999