«Mi vergogno terribilmente di come scrivevo agli inizi!» si lamentava con lui uno scrittore. «Che dite!» esclamò Čechov. «Cominciare male è meraviglioso! Quando invece l’avvio è folgorante, allora sì che è finita!».
Ivan Bunin, A proposito di Čechov traduzione di Claudia Zonghetti Adelphi, 2015
Si chiamava Goldfields, era una città fantasma: i saloon sprangati con le assi, cento abitanti. Le sorgenti d’acqua erano contaminate dall’arsenico, lo sono ancora. Questo l’abbiamo scoperto dopo. La matrigna di Jim aveva il cancro, forse per l’arsenico nell’acqua. Il padre di Jim stava vendendo la sua collezione di monete un po’ per volta per pagarle le cure mediche. Lei è peggiorata e lui l’ha messa su un aereo per l’ospedale oncologico, ma era troppo tardi. È morta. Due settimane dopo, hanno mandato un messaggio a Jim riguardo al padre: c’è un’emergenza medica, vieni subito. Abbiamo guidato per trentasei ore di fila. Ma quando siamo arrivati era morto anche lui. Non avevamo idea che esistesse una cosa che si chiama: tariffa scontata per lutto. Avevamo già attraversato cinque Stati in macchina quando qualcuno ce ne ha parlato. Jim ha detto: “Abbiamo già guidato tanto, tanto vale continuare”. Dopo ventiquattro ore gli è venuto sonno e mi ha lasciata guidare. Ma lui non riesce a dormire in macchina, quindi dopo tre ore si è rimesso al volante. Alyce continuava a mandarci messaggi sul telefonino chiedendoci di tornare a casa. Le ho detto di fare i compiti e smettere di preoccuparsi. Non aveva idea di quanto fossimo lontani. Dove siete?, continuava a dire. Pensava che fossimo in New Jersey. Dove? In Nevada?, continuava a chiedere. Va’ a prendere una cartina, ho detto io. Non sapevamo cosa avremmo trovato una volta arrivati lì. Lisa, la sorella di Jim, quella che io chiamo la cercatrice d’oro, aveva guardato dappertutto in cerca di quel che restava delle monete, voleva più soldi perché si era occupata di lui. Ha detto che non aveva soldi per seppellirlo. Ha detto che dovevano usare i soldi delle tasse per cremarlo. Quando siamo arrivati lì, continuavamo a trovare monete in giro per casa. Mucchi di monete. Lisa, la cercatrice d’oro, non le aveva trovate. Non aveva saputo dove cercare. Si è portata via tutte le armi, però, prima che arrivassimo noi. L’altra sorella di Jim, l’esecutrice del testamento, ci ha detto (dal New Jersey) di raccogliere tutti i suoi documenti. Jim non ce la faceva, non era in grado. Entrava in camera del padre, si sedeva e rimaneva immobile. Non riusciva a fare altro. Alla fine l’ho fatto io. Lo conoscevo, ma non eravamo così intimi. Ho guardato tutti i documenti, li ho divisi, separati per anno. Ho detto a Lisa: “Dovresti vedere uno psichiatra; dopo essergli stata così vicina, l’unica cosa che vuoi è la sua collezione di monete? Perché non l’hai presa prima che morisse?”. Lei pensava di dover ricevere di più perché si era occupata di lui. Ma non era scritto così nel testamento. Abbiamo guidato trentasei ore di fila anche al ritorno. Investire il cervo tornando a casa è stata l’ultima goccia per Jim. Si è messo a imprecare. L’altra sorella, l’esecutrice, voleva che andassimo in New Jersey. Jim continuava a dire no, vogliamo tornarcene a casa. Lei insisteva perché ci andassimo. Alla fine lui ha detto che saremmo andati. È stato quando eravamo in Pennsylvania e abbiamo preso lo svincolo per il New Jersey che abbiamo investito il cervo. La macchina era a noleggio, quindi abbiamo dovuto aspettare la polizia per fare denuncia. Si era rotto un fanale. Costava mille dollari ripararlo. L’assicurazione non l’avrebbe pagato perché c’era una franchigia di mille dollari. Jim voleva soltanto la fibbia di una cintura che glielo ricordasse. La fibbia d’argento di una cintura. Io ho detto alla sorella, la cercatrice d’oro: “Dovresti andare da uno psichiatra”. Il padre di Jim teneva un distributore d’acqua fredda in casa. Mi sono sempre domandata perché lo tenesse. Adesso lo so.
Lydia Davis, La cercatrice d’oro di Goldfields in Osservazione sulle faccende domestiche Traduzione di Adelaide Cioni Mondadori, 2022
Poco tempo dopo cominciai a correre un po’ meno su e giù per il teatro e ad ammalarmi di silenzio. Sprofondavo in me stesso come in un pantano. I colleghi mi inciampavano addosso, stavo diventando un ostacolo ambulante. L’unica cosa che facevo bene era lucidare i bottoni del frac. Una volta un collega mi disse: «Sbrigati, ippopotamo!» Quella parola cadde nel mio pantano, mi rimase appiccicata e cominciò ad affondare. Poi me ne dissero altre. E quando ormai mi avevano riempito la memoria di parole come pentole sporche, evitavano di urtarmi e mi giravano attorno per schivare il mio pantano.
Felisberto Hernández, La maschera in Nessuno accendeva le lampade Trad. it. di Francesca Lazzarato La nuova frontiera, 2012
Aprì il pieghevole e lo fece scivolare sotto le chiappe in ossequio a una consolidata tecnica familiare. Per tirchieria che spacciava per praticità, zia Ernesta ricopriva le sedute predilette dal marito prostatico con pagine scelte del bollettino parrocchiale, anziché foderarle con traverse usa e getta o asciugamani, così da limitare i disastri del pover’uomo a cui una pallottola sul fronte albanese unita all’ammirazione per le classi alte – come diceva l’ufficiale: “Un gentiluomo non ha mai fretta” – impedivano di correre in bagno prima che un’innocente perdita raggiungesse la consistenza del franco sgocciolio. La sola idea di acquistare e indossare dispositivi assorbenti offendeva entrambi i coniugi. I parenti non volevano mai fermarsi dagli zii a prendere il caffè, offerto per pura convenzione. “Siam passati per un saluto veloce. Guarda, non ci sediamo neanche”.
Le pantofole le danno sollievo ma la deprimono sempre. Le mattonelle bagnate con la striscia della scopa sono ancora piú deprimenti. Le ragazze sole non si arrendono se hanno una coscienza politica. Lavarsi bene le mani e le braccia, fino alle bretelline. Mezzo bicchiere di rosatello, niente pane né pasta, una mela, la sigaretta, il caffè moka, il giornale radio popolare, la luce accesa anche nel corridoio, la finestra della cucina con la tapparella alzata, le tendine a metà, i vetri azzurri che riflettono le insegne del corso e dei viali. Molte musiche vengono da ogni parte, ma poco dopo si attenuano e molte cessano. L’acquaio è pulito e silenzioso. Non aspetta niente, non c’è nessun disastro in giro, il piatto della frutta si chiude preciso intorno ai pomi e lascia sporgere una banana. Proietta sulla parete un’ombra compatta ma tenera, tagliata in vari angoli e cubi da pittura moderna. Prepara la scheda lí accanto: donna in fabbrica che anche cucina e studia. Che quando vede una banana non pensa sempre al cazzo. Il tavolo di cucina non è solo utile per una coppia e una famiglia. Il latte non lo sopporta e può permettersi di non tenerlo, può spogliarsi come vuole, appoggiare i seni sullo schienale della seggiola, grattarsi il didietro, arrotolarsi i capelli sulla tempia, tirar fuori la lingua fino al naso, mordersi le labbra. Non da sciattone perditempo, ma da donna cosciente di sé. Non adopera deodorante ma colonia. Può divertirsi e aiutarsi a pensare con uno stuzzicadenti, ma poi usa il dentifricio di farmacia. Può bere una grappa polacca e masticare una cipolletta come le pare, quando vuole un uomo vicino sa come procurarselo e come trattarlo e farsi trattare da brava femmina amorosa con tante tinte rosa. Non rimpiange il compagno di due anni di convivenza. Non cerca un uomo fisso, non vuole prendere la pillola per il comodo degli altri. Sa quando può scopare. Non prende tranquillanti né pastiglie contro l’appetito. Non si tinge i capelli e li taglia in modo tradizionale, né lunghi né corti, non ha bisogno di depilarsi. Ha il ciclo regolare. Anche se fa tardi la notte a leggere e a discutere, a fumare molto e anche a scrivere. Si fa qualche spinello con indulgenza leggera e consapevole. Non ha voglia né paura della droga. Capisce che ci sia al mondo chi voglia prenderla e che ci possa morire. Non ha ben capito la cosí detta ideologia della droga. Sa che della droga approfittano i potenti, in ogni modo, anche a produrla e a venderla. I giovani sono molti, soli e infelici e vogliono un papà che li sopprima cullandoli tra le braccia. I giovani sono anche dei figli di puttana. Sta facendo la scheda pensando ai giovani che non vanno piú in fabbrica, che non pensano mai piú alla politica, che smerdano tutto, i libri, il cinema, il teatro e anche lo sport. Vanno alla partita in migliaia per scontrarsi tra loro sulle gradinate senza nemmeno guardare il giuoco. Si incantano nel metrò a scarabocchiare come scimmie o a specchiarsi nei finestrini. Le tredicenni si truccano come battone e tirano mini gonne a metà del culo per la malizia di veder scoppiare gli uomini, anche quelli di casa, e gli gonfiano in faccia con tutta la bocca aperta i palloncini della cicca, carnosi e lucidi che poi gli colano dai labbri e dal mento, e allora girano e rigirano la lingua. Non sognano tanto di scopare quanto di apparire e di ballare sexi come le stelle della Tv.
Due vagabondi coperti di stracci di lusso – cenci di cachemire inglese – si sono rifugiati in una caverna in cui il salgemma ha formato stalattiti e stalagmiti. Uno dei due sta preparando una cena austera e magra – diciamo quasi spartana -, rigirando sul fuoco il contenuto di mezza lattina di carne tritata insieme a certe sostanze straordinarie e difficilmente immaginabili; foraggio, per esempio. L’altro, che volta spalle al suo compagno d’avventure, dice guardando la pioggia: «Ho un’idea geniale per vivere ricchi e felici come maragià a spese del nostro credulo Controllore per dieci anni e una settimana». «Ah si, che idea?». «Non ci mancheranno manicaretti, vini squisiti, donne e palazzi». «Che idea, che idea, che idea?». «Gli diciamo che abbiamo scoperto il segreto della pietra filosofale e che, per produrre la polvere di proiezione, ci servono dieci anni; in questo tempo non ci mancheranno ricchezze né manicaretti, lui pubblicherà le nostre opere e finanzierà il nostro film. Passati i dieci anni, gli chiediamo una settimana di proroga; sicuramente ce la concederà: per gli ultimi ritocchi, gli diciamo; poi ci suicidiamo. «Be’, non è una cattiva idea».
Alberto Laiseca, La quadratura del cerchio, il moto perpetuo, la pietra filosofale in Uccidendo nani a bastonate Traduzione di Loris Tassi e Lorenza di Lella Arcoiris, 2017
Pratica il Non-agire, bada a non fare niente, assapora il senza-sapore; considera il piccolo come grande, il poco come molto! Intacca il difficile là dove è facile; fai grande ciò che è minuto! Le cose più difficili del mondo prendono avvio da ciò che è facile; le cose più grandi del mondo prendono avvio da ciò che è minuto. Perciò il Santo non fa mai niente di grande, e così può compiere il grande. Ora, colui che promette alla leggera raramente mantiene la parola. Colui che considera facili molte cose troverà certamente molte difficoltà. Perciò il Santo, pur considerando tutto difficile, alla fine non troverà difficoltà.
Tao tê ching traduzione di Anna Devoto; a cura di J.J.L. Duyvendak Adelphi, 197
Se Matilde non c’era, mi mancava in maniera insopportabile, così come mi risultava odiosa la presenza del mio corpo e del suo, a pochi metri nella stessa stanza. Il nostro peso comune entrava in contrasto con l’ampiezza dell’appartamento, o forse generava un’interferenza o uno slittamento temporale da qualche parte. Il terreno franava impercettibilmente. Si inclinavano il pavimento e gli oggetti sopra i tavoli fino a scivolare a terra. Gli acquari gocciolavano e alcuni pesci morivano in silenzio, quasi dormendo. Le nuvole scorrevano di poco più vicine alla terra. Anche noi morivamo, per quanto come i pesci sembrassimo soltanto addormentati. Anche noi ci avvicinavamo alla terra. Si producevano ovunque piccoli disastri; qualcosa nel mondo perdeva le sue leggi. Probabilmente ci credevo troppo importanti, eppure avevo l’impressione che un elemento dovesse frapporsi tra noi per tenerci insieme; magari un figlio o un gattino. Continenti. Una bambina. Ero come un esiliato che non trova pace in terra straniera ma non riesce comunque a tornare a casa; sogna qualcuno che lo chiama ma quando si volta è solo: erano le voci della sua testa, ma non chiamavano il suo nome.
Valentina Maini La regola dei terzi Tic Edizioni, 2023
Non so molto del comportamento rituale verso il Santo Padre. Ma mia madre, che conosceva l’etichetta ed è stata subito ricevuta in udienza, si sarà chinata, come ha cominciato a chinarsi davanti al destino. Al destino non troppo favorevole che stava insidiando la sua vita. La sua bellezza non era del tutto svanita, aveva ancora qualche bagliore che, per uno sguardo attento, poteva essere piuttosto affascinante e commovente. Sua figlia, che non ha la profondità della madre, ha sempre creduto alla superficie delle cose. Dunque alla bellezza. All’apparenza. Che le importa di ciò che è dentro? Dentro dove? E che cosa è il dentro? Intanto la figlia crede più alle fotografie che alle persone ritratte. Una fotografia potrebbe dire più della persona. Forse. Naturalmente forse. Sempre forse. Nessuna affermazione potrebbe trascinarla a dare un credito totale all’affermazione stessa.
Fleur Jaeggy, Il velo di pizzo nero in Sono il fratello di XX Adelphi, 2014
Per combattere la stanchezza, lavora di più. Non fermarti. Leggi cinquecento pagine al giorno. Leggi tutto. Leggi le note sui font in fondo a ogni libro. Impara a distinguerli. Decidi che preferisci il garamond e cerca testi stampati con quello. Rispetta di più le opinioni dei libri in garamond rispetto a quelli stampati con caratteri meno prestigiosi. Non considerare questo comportamento insolito finché non ne parli a tua sorella e prendi il suo silenzio impietrito per buon senso. Rimani in biblioteca tutto il giorno, tutti i giorni. Non andartene finché non hai le dita grigie per l’inchiostro, finché non ti fa male l’osso sacro per le scomode sedie di design della biblioteca, finché le lettere delle parole non si sovrappongono, intrappolandoti in un groviglio di minuscoli serif. Quando non ne potrai più, e sarai pronta a cedere, saprai cos’è il senso di colpa.
James Poissant, Comeaiutaretuomarito a morire in Il paradiso degli animali Traduzione di Gioia Guerzoni NN editore, 2015