Quasi tutte le case editrici che conosco ricevono un grattacielo di manoscritti ogni mese. Per costruire un grattacielo degno di questo nome servono decine, centinaia di manoscritti.
C’è una diceria secondo cui le case editrici con i manoscritti ci puntellano i muri, ci lavano i vetri, ci foderano la cassettina del gatto, insomma ci fanno di tutto tranne che leggerli.
La diceria, di norma, è falsa.
Ricevere un testo che sia pubblicabile per un editore è un piacere e un sollievo: titilla le sue ambizioni da talent scout, potenzialmente crea un guadagno, insomma regala una sensazione simile a quella di chi filtrando sabbia sulla riva di un fiume si ritrovi in mano una pepita.
La pepita, però, è rara.
Capita che sfugga, per una lunga serie di ragioni: il setaccio ha maglie troppo larghe, c’è troppa sabbia da filtrare e troppo poco tempo, il cercatore non è attento, e così via.
Lo so, lo so, il Klondike non è il migliore dei mondi possibili; se il tuo romanzo è la sfortunata pepita che è sfuggita a un setaccio malmesso, allora abbracciamoci e dividiamoci questa latta di fagioli. Però, attenzione: una pepita che sfugge sistematicamente a tutti i setacci forse era solo un granello di sabbia che si credeva pepita. In questo caso, se ti va possiamo comunque condividere questa latta di fagioli, e magari anche scolarci un po’ di quel torcibudella, ma non tiriamo in ballo strane teorie cospirazionistiche sui setacci che ce l’hanno con te. Per favore.
Altra diceria che circola con una certa insistenza: l’editore pubblica solo gli amici.
Anche questa è falsa, almeno parzialmente.
L’editore, prima di tutto il resto, è un imprenditore; pubblica quello che crede possa portare un guadagno o quello che gli potrà portare prestigio (nella migliore delle ipotesi: entrambe le cose), o al limite quello che molto semplicemente gli piace nonostante sia un potenziale fallimento dal punto di vista economico (più raro, forse, eppure accade anche questo). Le pastette, gli scambi di favori, tutto quello che la diceria sugli amici maliziosamente insinua, è qualcosa che semmai viene dopo.
Non dico che non esista in assoluto, ma: semmai, dopo.
E ora torniamo alla torre di manoscritti.
Arrivano, si impilano, ogni piano scalato viene sostituito da un altro — Sisifo, mi senti? — qualcuno li legge.
Non tutti fino in fondo, ovviamente.
Se ci sono più refusi che parole scritte correttamente: abbiamo un problema.
L’autore non conosce i congiuntivi: abbiamo un problema.
L’autore cerca di scrivere come Bukowski, Poe, Chandler, Nabokov, senza essere Bukowski, Poe, Chandler, Nabokov: problema.
L’autore scrive poesia ma l’editore pubblica solo prosa (o viceversa): problema.
Scalare una torre di manoscritti è già sufficientemente faticoso, se un manoscritto presenta uno o tutti i suddetti problemi, allora sì, è probabile finisca nel tritarifuti.
Altra diceria (questa forse è la mia preferita): se non stai attento l’editore prende il tuo manoscritto, ci mette sopra il nome di un altro, e lo pubblica senza dirti nulla.
A chi crede questo, e pensa di cautelarsi con complesse strategie che coinvolgano notai, raccomandate, depositi e registrazioni del manoscritto prima dell’invio, mi permetto di suggerire un ripasso del concetto di rasoio di Occam. Se il tuo manoscritto piace ed è considerato pubblicabile, rubartelo e pubblicarlo usando un fantomatico prestanome è una strada più tortuosa e rischiosa che proporre a te un contratto di pubblicazione.
Chiudo con una postilla: anche mentre leggi questo pezzo, l’editore sta cercando di raggiungere la cima della torre di manoscritti che si autoalimenta ogni giorno; proporgli il tuo romanzo autopubblicato, suggerendo di comprarselo su Amazon per valutarlo – e poi ovviamente ripubblicarlo nel suo catalogo perché «Ehi, sta piacendo a tutti!» (dove tutti è grossomodo un insieme formato da parenti stretti e/o amici fraterni) – è come spalancare una finestra mentre chi valuta i manoscritti si sta arrampicando sulle scivolose pareti del grattacielo.
Davvero: non una buona idea.
(disclaimer: ho scritto questo pezzo qualche anno fa, e a quei tempi non mi occupavo di valutazione dei manoscritti; ora, guarda un po’, mi occupo proprio di valutazione dei manoscritti, eppure non c’è nulla che non riscriverei uguale uguale: quindi questa versione del pezzo è praticamente identica a quella di allora)




