Ci sono quelli che la sanno lunga, e te la spiegano nel dettaglio, ti dicono cosa succederà domani e perché, poi succede altro, e allora tu che sei un bastardo li aspetti sulla soglia, fischiettando, aspetti che almeno ammettano di aver sbagliato, invece eccoli che arrivano, ti danno una pacchetta su una spalla e come se niente fosse ti spiegano nel dettaglio il *perché* hanno sbagliato, eh sì, avevano ragione ma qualcosa è andato storto, mica colpa loro, e di nuovo te lo spiegano così nel dettaglio che alla fine li vedi che si sono convinti da soli, in pratica, di non aver sbagliato.
Che roba.
Categoria: miscellanea
pensieri più o meno scollegati, episodi circa autobiografici.
lo specchio
Le recensioni negativa fan male, oh!, se fan male; ma per quanto crudeli non riusciranno mai a eguagliare l’infastidita, inspiegabile spocchia con cui mi bacchetto da solo nei margini delle prime stesure sui taccuini:
«Qua ci va un aggettivo per descrivere chi non riposa mai, pensi di farcela?»;
«Peggior battuta di dialogo mai scritta; complimenti, pippa al sugo…»;
«Neanche Geppetto ti avrebbe fatto scrivere più legnoso di così, vai a letto, vai»;
che roba spietata, lo specchio.
il grattacielo
Quasi tutte le case editrici che conosco ricevono un grattacielo di manoscritti ogni mese. Per costruire un grattacielo degno di questo nome servono decine, centinaia di manoscritti.
C’è una diceria secondo cui le case editrici con i manoscritti ci puntellano i muri, ci lavano i vetri, ci foderano la cassettina del gatto, insomma ci fanno di tutto tranne che leggerli.
La diceria, di norma, è falsa.
Ricevere un testo che sia pubblicabile per un editore è un piacere e un sollievo: titilla le sue ambizioni da talent scout, potenzialmente crea un guadagno, insomma regala una sensazione simile a quella di chi filtrando sabbia sulla riva di un fiume si ritrovi in mano una pepita.
La pepita, però, è rara.
Capita che sfugga, per una lunga serie di ragioni: il setaccio ha maglie troppo larghe, c’è troppa sabbia da filtrare e troppo poco tempo, il cercatore non è attento, e così via.
Lo so, lo so, il Klondike non è il migliore dei mondi possibili; se il tuo romanzo è la sfortunata pepita che è sfuggita a un setaccio malmesso, allora abbracciamoci e dividiamoci questa latta di fagioli. Però, attenzione: una pepita che sfugge sistematicamente a tutti i setacci forse era solo un granello di sabbia che si credeva pepita. In questo caso, se ti va possiamo comunque condividere questa latta di fagioli, e magari anche scolarci un po’ di quel torcibudella, ma non tiriamo in ballo strane teorie cospirazionistiche sui setacci che ce l’hanno con te. Per favore.
Altra diceria che circola con una certa insistenza: l’editore pubblica solo gli amici.
Anche questa è falsa, almeno parzialmente.
L’editore, prima di tutto il resto, è un imprenditore; pubblica quello che crede possa portare un guadagno o quello che gli potrà portare prestigio (nella migliore delle ipotesi: entrambe le cose), o al limite quello che molto semplicemente gli piace nonostante sia un potenziale fallimento dal punto di vista economico (più raro, forse, eppure accade anche questo). Le pastette, gli scambi di favori, tutto quello che la diceria sugli amici maliziosamente insinua, è qualcosa che semmai viene dopo.
Non dico che non esista in assoluto, ma: semmai, dopo.
E ora torniamo alla torre di manoscritti.
Arrivano, si impilano, ogni piano scalato viene sostituito da un altro — Sisifo, mi senti? — qualcuno li legge.
Non tutti fino in fondo, ovviamente.
Se ci sono più refusi che parole scritte correttamente: abbiamo un problema.
L’autore non conosce i congiuntivi: abbiamo un problema.
L’autore cerca di scrivere come Bukowski, Poe, Chandler, Nabokov, senza essere Bukowski, Poe, Chandler, Nabokov: problema.
L’autore scrive poesia ma l’editore pubblica solo prosa (o viceversa): problema.
Scalare una torre di manoscritti è già sufficientemente faticoso, se un manoscritto presenta uno o tutti i suddetti problemi, allora sì, è probabile finisca nel tritarifuti.
Altra diceria (questa forse è la mia preferita): se non stai attento l’editore prende il tuo manoscritto, ci mette sopra il nome di un altro, e lo pubblica senza dirti nulla.
A chi crede questo, e pensa di cautelarsi con complesse strategie che coinvolgano notai, raccomandate, depositi e registrazioni del manoscritto prima dell’invio, mi permetto di suggerire un ripasso del concetto di rasoio di Occam. Se il tuo manoscritto piace ed è considerato pubblicabile, rubartelo e pubblicarlo usando un fantomatico prestanome è una strada più tortuosa e rischiosa che proporre a te un contratto di pubblicazione.
Chiudo con una postilla: anche mentre leggi questo pezzo, l’editore sta cercando di raggiungere la cima della torre di manoscritti che si autoalimenta ogni giorno; proporgli il tuo romanzo autopubblicato, suggerendo di comprarselo su Amazon per valutarlo – e poi ovviamente ripubblicarlo nel suo catalogo perché «Ehi, sta piacendo a tutti!» (dove tutti è grossomodo un insieme formato da parenti stretti e/o amici fraterni) – è come spalancare una finestra mentre chi valuta i manoscritti si sta arrampicando sulle scivolose pareti del grattacielo.
Davvero: non una buona idea.
(disclaimer: ho scritto questo pezzo qualche anno fa, e a quei tempi non mi occupavo di valutazione dei manoscritti; ora, guarda un po’, mi occupo proprio di valutazione dei manoscritti, eppure non c’è nulla che non riscriverei uguale uguale: quindi questa versione del pezzo è praticamente identica a quella di allora)
salmoni
Gli è che non avendo mai amato troppo festeggiare il capodanno, e non essendo più in quella fascia di età che lo considera un obbligo o quasi, e avendo in aggiunta anche due figli in tenera età, e un cane in tenerissima, ieri sera dopo cena mi è venuta l’idea, a famiglia addormentata e a Braulio versato, di riguardare Interstellar dopo la prima e unica visione al cinema del 2014, in modo da poter anche tirare mezzanotte e, alla bisogna, rassicurare il suddetto cane che a svegliarlo non era stata la fine del mondo ma solo l’umana, fessa fascinazione per la polvere pirica e le luci splendenti, e insomma ho iniziato a guardare il film e in poco tempo mi sono reso conto di due cose: uno, che nel 2014 non avevo figli, e ora come detto sì, e già questo bastava a spiegare quanto stavo piangendo, dio bono, ormai sono diventato mia nonna; due, che ogni tanto mi imbatto nei post di quei salmoni che devono far vedere che pinne vigorose hanno, e quindi annaspando ci tengono a far presente a tutti che brutta pippa sopravvalutata sia Nolan, figuriamoci, non vale nulla, non sa raccontare nulla, nulla ma nulla ma nulla.
Poveretti, ho pensato.
Ed era già arrivato il 2026.
due tipologie
Mi pare che, tagliando con l’accetta, ci siano due tipologie di persone: quelle che danno sempre la colpa agli altri, e quelle che la danno sempre a loro stesse. Le prime sono un po’ più ridicole, le secondo un po’ più patetiche. Ma sono infelici tutte e due.
No matter how sublime
Sono ammirato — di più: perdutamente affascinato — dall’intelligenza e dall’empatia che si respirano leggendo Red Hand Files, la newsletter di Nick Cave. Nell’ultimo numero, a partire dalla domanda di un lettore si parla di come conciliare le proprie (eventuali) doti artistiche con le incombenze quotidiane, con il lavoro, la famiglia. E Cave, che potrebbe sguazzare senza troppe remore nella retorica dell’artista posseduto dal demone della creazione al punto da sacrificarvi tutto quanto, con grande candore dice invece che «no artistic endeavour, no matter how sublime it may appear, is worth denying your family or sacrificing those in your care».
Che siate fan della sua musica o no, e io non lo sono particolarmente, vale davvero la pensa iscriversi.
con la bocca e coi denti
Non so se sia una cosa che capita solo a me, comunque: a furia di analizzarlo mi sono reso conto che l’amore per i figli – ma forse amore è impreciso, incompleto, forse meglio: gioioso e non del tutto razionale ottundimento, fino alla quasi completa obliterazione del sé – non sia una roba che comincia con la loro nascita e poi si può considerare assodata. No no no, per me non funziona mica così. Funziona piuttosto a strappi, a ondate, con un meccanismo per cui ciclicamente arriva un momento in cui ti dici Ok, ormai sono spacciato, dissolto nel qualsiasi-cosa-purché-tu-stia-bene-e-io-poi-bo-vediamo, più di così mi sa che è impossibile, ti dici. E poi passa un po’ di tempo, e se prima per i figli avresti dato le gambe adesso ma prego ecco anche le braccia, ci mancherebbe, gli arti in fondo sono sopravvalutati, mi arrangerò a far tutto con la bocca e coi denti. E non so mica quand’è che finisce questa roba qua, anche perché a un certo punto non so bene cosa ti resti da offrire in pegno. Quello, vediamo. Però ne vale la pena, di questo sono piuttosto sicuro.
qua fuori
Ieri notte sono tornato a casa tardi, e mi sono accorto di non avere le chiavi. Ho sfruttato un vicino che ha aperto il portone d’ingresso, ma né il campanello né il telefono sono stati sufficienti a svegliare la famiglia e farmi entrare in casa. Così ho preso lo zaino, ci ho fatto un cuscino, la giacca, ci ho fatto una coperta, ho scritto questo biglietto da infilare sotto la porta, ho sperato che non mi scappasse da pisciare troppo presto, e ho chiuso gli occhi.
Sembrerebbe solo una storia di quotidiana idiozia, la storia di uno che esce senza chiavi, bravo merlo, e gli tocca di dormire sullo zerbino. Se non fosse che prima di arrivare sulla soglia di casa, in treno, mi ero letto da capo a piedi una conturbante novella – si intitola Addio arrivederci ciao, l’ha scritta Francesco Spiedo e l’ha pubblicata Zona 42. E anche in quella novella si parlava di treni, e di case, e di chiavi di case, e se ne parlava con un tono onirico, anzi incubico – parola che se non esiste, modestamente, ho appena inventato. E così, mentre sentivo che la moquette del pianerottolo mi stava probabilmente salvando una spalla, non capivo più bene se ero sveglio, se stavo leggendo, se stavo sognando – e tutto questo senza bisogno delle imbeccate di Marzullo.
La morale di questa storia è semplice: ricordate le chiavi di casa; ma se proprio le dimenticate, almeno fate in modo di avere con voi qualcosa di bello da leggere. Non risolve, ma aiuta.

I’d like to see, how you all would bleed for me
Per la mia generazione, che non aveva vissuto quelle degli altri appartenenti al Club 27, la morte di Kurt Cobain è stata uno spartiacque. Ha insegnato (ricordato) a torme di adolescenti con capelli lunghi e camicioni di flanella che anche gli idoli muoiono, e spesso non di vecchiaia. Un evento traumatico, amplificato dallo stesso meccanismo mediatico che probabilmente l’aveva in parte causato.
Prima le foto del cadavere, o almeno quelle della sua parte rimasta integra, con i mozziconi di sigaretta sparsi sul pavimento, la scatola con il kit per bucarsi, poi le immagini di una specie di funerale diffuso in varie città del mondo, e infine le teorie complottiste, i retroscena: tutto questo ha trasformato il suicidio di Cobain nell’ultimo banchetto che i media hanno preteso da un ventisettenne che a quello spettacolo forse non aveva mai chiesto di partecipare, e che una volta invitato e intrappolato a tavola non aveva trovato altra via di fuga che imbracciare un fucile e puntarselo alla testa.
«Meglio andarsene con una fiammata che spegnersi lentamente»: è la frase di Neil Young che Cobain citava nella lettera di addio. C’è poco da aggiungere, mi pare.
A fare da controcanto a quella morte, così eclatante e urlata, ce n’è stata un’altra, di certo meno mediatica, forse meno universalmente sentita, ma che per alcuni della mia generazione (di sicuro: per me) è stata forse anche più sottilmente inquietante.
Sono passati otto anni dalla scomparsa di Cobain, e a morire stavolta è Layne Staley, cantante di quegli Alice in Chains che con i Nirvana hanno condiviso in parte la fama, ma soprattutto l’etichetta – imprecisa, come tutte le tassonomie giornalistiche – di grunge.
La particolarità della morte di Staley, quello che la rende per certi versi speculare a quella di Cobain, è che è silenziosa. Quando il cadavere viene trovato, nella vasca da bagno di un appartamento in un anonimo condominio di Seattle, è difficile dire da quanto tempo sia lì. Pesa 39 chili, per il riconoscimento tocca affidarsi alle impronte dentali, e vista l’avanzata decomposizione la morte viene retrodatata a due settimane prima del ritrovamento.
Al 5 aprile, lo stesso giorno di Cobain.
Potrei sbagliare, ma a quel che mi ricordo stavolta non ci sono giornalisti senza scrupoli che si inzaccherano le suole con i resti della rockstar, stavolta non ci sono cordoni di polizia a tenere lontani i curiosi. In rete si trova l’annuncio della morte dell’epoca dato su MTV. Non è affidato, come nel caso di Cobain, alla voce cavernosa e al tono patibolare di Kurt Loder, ma a un veejay che non ricordo di aver mai visto. Parla di un centinaio di fan che si sono ritrovati a Seattle per ricordare il cantante, in uno spezzone filmato ne vediamo una ventina davanti a una fila di candele.
E un centinaio sembra siano state anche le persone, tra fan e amici, che hanno partecipano alla cerimonia funebre pubblica del 20 aprile 2002, sempre a Seattle.
Una morte intima: nessun complottismo, nessuna battaglia legale, solo un junkie che si è spento – lentamente? – nella vasca da bagno di casa sua, senza che nessuno se ne sia reso conto, per ore, e giorni, e settimane.
Che cantasse come un dio, a quel punto, non aveva più nessuna importanza.
la maledizione del calzino penico
Il 21 ottobre 1995 io e alcuni amici – belli e giovani come dèi, forti come puma – si va a vedere il concerto dei Red Hot Chili Peppers a Milano. Non ricordo come, ma abbiamo sgraffignato dei biglietti omaggio; c’è scritto sopra Tribuna stampa, ma noi disobbediamo e scendiamo in platea. Perché siamo rock. Comunque, è il tour di One Hot Minute, non c’è Frusciante che è disperso da qualche parte, al suo posto c’è Dave Navarro. La sbornia di Blood Sugar Sex Magik forse è un po’ scemata, ma c’è un pubblico bello tosto. A fare da spalla, un giovane dee jay, che parte un poco timido e ha la malaugurata idea di proporre musica che potremmo a spanne definire dance. Immaginatevi il pubblico rock come la prende, la cosa più carina che lo smilzo dee jay si sente dire è: Vattene pezzo di merda! E lui, mogio mogio, finisce il set e se ne va. Escono i RHCP, il palazzetto esplode (di concerti ne ho visti, ma in quanto a pogo selvaggio quello è stato uno dei più crudi), suonano per un’oretta, vanno dietro le quinte. Quando tornano indossano il tradizionale calzino sulle pudenda (potrei sbagliare, ma Flea forse non ha neanche quello ed è vestito solo del basso). Ora, il dee jay nel frattempo si sarà leccato le ferite, avrà forse maledetto questi stronzi italiani che lo hanno cacciato, tutto potrebbe finire lì. E invece no, perché contagiato dall’entusiasmo anche lui indossa il calzino penico, ed esce a saltare sul palco. Mal gliene incolse: di nuovo insulti, pernacchie, Vattene pezzo di merda.
Lì per lì, devo dire, mi fa molta pena.
Poi passa qualche anno e me lo ritrovo in testa più o meno a tutte le classifiche planetarie. Non escludo che ogni tanto ripensi agli stronzi italiani, e dica tra sé: chi è che fischia adesso, eh? EH? Il dee jay si chiama Richard Melville Hall, in arte: Moby.
La morale di questa storia? Non ne ho la più pallida idea.