Ieri notte sono tornato a casa tardi, e mi sono accorto di non avere le chiavi. Ho sfruttato un vicino che ha aperto il portone d’ingresso, ma né il campanello né il telefono sono stati sufficienti a svegliare la famiglia e farmi entrare in casa. Così ho preso lo zaino, ci ho fatto un cuscino, la giacca, ci ho fatto una coperta, ho scritto questo biglietto da infilare sotto la porta, ho sperato che non mi scappasse da pisciare troppo presto, e ho chiuso gli occhi.
Sembrerebbe solo una storia di quotidiana idiozia, la storia di uno che esce senza chiavi, bravo merlo, e gli tocca di dormire sullo zerbino. Se non fosse che prima di arrivare sulla soglia di casa, in treno, mi ero letto da capo a piedi una conturbante novella – si intitola Addio arrivederci ciao, l’ha scritta Francesco Spiedo e l’ha pubblicata Zona 42. E anche in quella novella si parlava di treni, e di case, e di chiavi di case, e se ne parlava con un tono onirico, anzi incubico – parola che se non esiste, modestamente, ho appena inventato. E così, mentre sentivo che la moquette del pianerottolo mi stava probabilmente salvando una spalla, non capivo più bene se ero sveglio, se stavo leggendo, se stavo sognando – e tutto questo senza bisogno delle imbeccate di Marzullo.
La morale di questa storia è semplice: ricordate le chiavi di casa; ma se proprio le dimenticate, almeno fate in modo di avere con voi qualcosa di bello da leggere. Non risolve, ma aiuta.
