Due settimane più tardi, come si scopre di essersi presi il raffreddore, Giulio seppe di avere addosso una malattia mortale. Il resto fu semplice, quasi meccanico. Un venerdì alle due del pomeriggio – c’era un sole molto acceso in un cielo gelido, d’un azzurro assolutamente romano – preparò una valigia piuttosto leggera, scrisse un biglietto alla donna delle pulizie e chiamò un taxi, dopo aver parcheggiato la sua automobile con un curioso sorriso. Un sorriso che copriva un tremito, un infantile tremito delle labbra. All’autista del taxi Giulio diede l’indirizzo di una clinica di lusso, aggiungendo con voce un po’ soffocata “Forza, andiamo,” e iniziando a morire in quel momento.

Antonio Debenedetti, Un’anima in ghiaccio
in Racconti naturali e straordinari
Bompiani, 2017