vanità

Mark David Champman: «Lei cosa avrebbe fatto, di fronte a una folla esultante?».
Alfredo Palomba: «Non vedo perché mai una folla dovrebbe esultare di fronte a me, signor Chapman».
MDC: «Non è questo lo scopo di voi scrittori, signor Palomba? Che qualcuno esulti davanti alle cose che scrivete? O che perlomeno le apprezzi? Non è per l’apprezzamento degli altri che perdete tutto quel tempo a scrivere?».
AP: «Mi sembra un modo semplicistico per definire la questione».
MDC: «Certo, semplicistico. Forse persino cinico. Io ho ammazzato un uomo a sangue freddo, signor Palomba, come lei e tutto il resto del mondo sapete bene. Ho ammazzato un uomo a sangue freddo poche ore dopo aver conosciuto suo figlio di cinque anni. Immagino che una cosa del genere sia indice di un certo cinismo. Ho passato in galera più di quarant’anni, probabilmente ci resterò finché campo. Ma non cambia la mia convinzione che voi scrittori vi mettiate a scrivere anzitutto per vanità».

Alfredo Palomba
La piccola gente
Tetra, 2022

risvolti catastrofici

Ho spesso fantasie di questo tipo. Un’amica psicologa mi ha spiegato che si chiamano pensieri intrusivi: immagini che si insinuano nella mente contro la nostra volontà e che non riusciamo a gestire o eliminare. È un’ossessione incontrollabile. Mi appaiono queste orrifiche visioni all’improvviso, in qualsiasi momento del giorno o della notte: mentre guido, mentre mangio, mentre scrivo e a volte persino mentre parlo con le persone. Sono ologrammi fulminei dal risvolto catastrofico. Pare che i pensieri intrusivi siano causati da un sovraccarico emotivo della memoria, una parte di noi o un problema che ci sforziamo di reprimere e che si esprime in questo enigmatico modo.

Francesca Mattei
Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa
Pidgin, 2021

l’opacità

Per un malato di depressione la visione è netta, senza nebbie. Una persona non affetta da depressione invece ha una visione sfocata, lavora di fantasia, interpreta, completa le forme come un bambino alle prese con i primi esercizi di geometria. L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi. Mentre io, ora, con la mia visione limpida, con la visione del tubo di gomma, non posso più salvarmi, posso solo condannare me stesso.

Andrea Pomella
L’uomo che trema
Einaudi, 2018

tutto nella testa

Scriverlo, semplicemente scriverlo, continuava a pensare, ed era questo pensiero, semplicemente scrivere il saggio, mettersi a tavolino e scriverlo, era questo pensiero che riempiva completamente la sua esistenza, non era più il pensiero del saggio, solo il pensiero di scriverlo, di mettere il saggio per iscritto da un momento all’altro; ma quanto più era ossessionato da questo pensiero, tanto più gli diventava impossibile scrivere il saggio. La difficoltà non sta nell’avere una cosa nella testa, tutti nella testa hanno le cose più straordinarie, le hanno continuamente sino alla fine della loro vita, le cose più straordinarie, la difficoltà sta piuttosto nel far uscire queste cose straordinarie dalla testa e trasferirle sulla carta. Nella testa si può avere tutto ed effettivamente tutti hanno tutto nella testa, ma sulla carta non c’è quasi nessuno che abbia qualcosa.

Thomas Bernhard, La fornace
Traduzione di Magda Olivetti
Adelphi, 2022

ama e difenditi

La bambina l’aveva fissata senza capire una sola parola. La nonna allora aveva distolto lo sguardo dal cielo prendendo a picchiettarle il dorso della mano. Avvicinando il viso al suo le aveva quasi soffiato in bocca: ama e difenditi, non c’è altro da sapere. Proteggi lo spazio che abiti e pretendi di essere felice. Se ami e non ti proteggi sei una vittima. Se ti proteggi e non ami sei un carnefice. Una cosa sola senza l’altra non basta, a meno che tu non voglia andare in giro vulnerata o zoppa. La consapevolezza ce l’hanno in pochi, il talento in pochissimi, il coraggio quasi nessuno. Detto questo, vedi tu.

Emanuela Canepa
Quel che resta delle case
Tetra, 2022

incipit al cubo

Le storie, se ci fate caso, iniziano tutte più o meno nella stessa maniera.
Certo, ognuna ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità – il suo tempo il suo luogo, il suo come e il suo cosa – eppure tutte quante, vere o inventate che siano, quando cominciano ti illudono che andranno a parare da qualche parte, che alla fine ci sarà un motivo per cui sono state raccontate. Altrimenti, perché raccontarle?
Nel caso delle storie vere, di solito questo ha a che fare con il motivo per cui, tra miliardi di storie realmente accadute, proprio quella sia stata considerata degna di evolvere, di meritarsi la promozione a qualcosa che valga la pena di tramandare a qualcuno.
Nel caso delle storie inventate, invece, il senso è se possibile ritenuto ancora più necessario: perché perdere tempo ed energie ad architettare una storia che non va da nessuna parte? Nessuno sano di mente vorrebbe dedicare il suo tempo a un vicolo cieco, giusto?
E invece no, sbagliato.
Perché anche un vicolo cieco, angusto, infestato dalla puzza di piscio e immondizia, sprofondato tra palazzi che incombono su di lui e lo soffocano, un vicolo privo di nome e di numeri civici, anche quel vicolo cieco per qualcuno può essere un luogo a cui ritornare, qualcosa di simile a casa.
E lo stesso può capitare con una storia priva delle caratteristiche che comunemente si considerano indispensabili per suscitare interesse.
Sono come barzellette che fanno ridere solo chi le racconta, come amplessi in cui uno arriva all’orgasmo prima ancora che l’altro cominci a scaldarsi. Sono insoddisfacenti, forse, eppure esistono. Sono fallimenti in potenza, sono potenzialità inespresse, l’alunno che sarebbe intelligente ma non si impegna, il bonsai cresciuto rigoglioso per venticinque anni che nel giro di venticinque giorni viene stroncato da un parassita invisibile.
Se questa storia sia proprio una di quelle, non lo saprei dire: sono troppo coinvolto, mi manca la prospettiva per giudicare.
Quindi, giudicate voi.

per chiunque

Compresi che la condizione per stabilire il passaggio dall’adolescenza alla maturità non è data solo dalla consapevolezza e dall’accettazione dei propri limiti, ma dalla pena che si prova per se stessi, per gli altri […], per chiunque.

Marta Cai
Mezzaluna fertile, in Enti di ragione
Sui generis, 2019

disappear here (una spiegazione)

In breve, ecco quello che è successo: di recente ho attraversato – lo sto attraversando tuttora – un periodo piuttosto tormentato. E mentre provavo a trovare un modo per restare a galla mi sono reso conto che a peggiorare ulteriormente la situazione, tra molte altre cose, era il chiacchiericcio continuo – il mio, prima di tutto.
Così, come spesso succede quando non sei lucido, ho fatto una cosa scomposta e istintiva – il che, attenzione, non vuol dire per forza di cose sbagliata. E cioè ho preso e ho cancellato tutti i contenuti sui miei profili social. Facebook, Twitter, Instagram, anni e anni di post e foto, stronzate e cose serie, tutte quante finite nel cestino nel giro di qualche ora.
Mi ha fatto bene, sul momento: una corroborante sensazione di leggerezza.
I profili erano ancora lì ma erano vuoti.
Mi sembrava un buon compromesso.
Le controindicazioni però non ci hanno messo molto a farsi vive. Per esempio, che ne sarebbe stato di questo blog? Che senso ha, oggi, scrivere qualcosa da qualche parte se poi non la si dà in pasto agli algoritmi, sperando che loro ti diano qualcosa in cambio?
Insomma, ho pensato, meglio rivedere i termini del compromesso. Meglio continuare a scrivere qui, e limitarsi a condividere i contenuti sui social solo attraverso le loro modalità più effimere, quelle che dopo un po’ non lasciano traccia. Le storie, in sostanza (una parola che ormai ci hanno scippato, insieme a molto altro; ma non divaghiamo). Questo nuovo compromesso, me ne rendo conto, ha le sembianze del suicidio. È una soluzione anacronistica, in questi tempi che premiano la condivisione frenetica e tentacolare. E non mi sfugge nemmeno che è viziata da una buona dose di incoerenza. Ma sto cercando una via, non è facile, e questo è quello che mi sento di fare.
Sparire, senza sparire del tutto.
Se non siete tra le pochissime centinaia di iscritti a questo blog, è probabile che oggi siate arrivati qua proprio attraverso le storie pubblicate sui social, o su post che avranno comunque una durata limitata: le uniche briciole di pane che seminerò d’ora in poi. E se in futuro, come preventivabile, le briciole non porteranno nessuno da queste parti, pazienza; spero ci saranno altre occasioni per restare in contatto.
Come diceva quello: «Ci sono infiniti altri mondi, oltre a questo».
Non ultimo, aggiungo io, quello tangibile.
Magari ci vedremo lì.