Li guardo e non riesco a non pensare: sto in mezzo a una pletora di lucertole vibratili, con le stesse combinazioni, bluetto e grigetto, righette o pallini, nuche rasate, omologo rigore provinciale, gemelli di madreperla, fazzoletto sul taschino, iniziali sulla camicia, BlackBerry, scarpe a punta, e i servi intorno e attorno a prendere ‘sti appunti, segnare ‘sti rinvii, rinvii dei rinvii, a reggere borse che contengono certificati di morte, tutti rettili rugosi e distinti che non sembrano sudare mai, che effettivamente non sudano mai, neanche a ferragosto, o dentro la sauna finlandese, il bagno-turco, e lo dico per averlo constatato di persona, in mille occasioni, mentre io sudo come l’orso in spiaggia, e sono lì a mocciolare goccioline di sudore come un rubinetto difettoso, dalla punta del naso, dalle tempie, dalla fronte, rettili, penso, il cui sangue nelle vene ghiaccia, che non usano mai le borse, ma solo qualche busta in vera pelle molto elegante portadocumenti, son varani verticali con la lingua a forma di lametta e la parola alla stricnina, affamati di carcasse o derelitti umani da ripulire, lentamente, cinicamente, molto lentamente, giurisprudenza alla mano, affamati di case da porre all’incanto, di giocattoli da pignorare ai tosatelli, di sommette da recuperare a qualunque costo, quinti degli stipendi risucchiati, bava alla bocca, cazzo duro all’arrivo dei bonifici, clienti trattati come orinatoi, cessi di autogrill, roba avariata, ipoteche su barche degli attrezzi, polpa di carne da strappare dai femori dei vivi, titoli esecutivi alla mano, di famiglie da distruggere semplicemente profittando della cecità dei coniugi, dell’idiozia della procedura, determinando un danno incalcolabile su bambocci che non hanno chiesto nulla a nessuno. Inculare. Inculare. Inculare.

Francesco Maino
Cartongesso
Einaudi, 2014